Con i disturbi d’ansia possiamo fare molte cose: focalizzarci sui comportamenti disfunzionali che li mantengono in vita; far parlare dei vissuti ad essi collegati; esplorare le origini di tali disturbi; insegnare tecniche di distrazione o rilassamento; e via dicendo.
Ma cos’è che funziona veramente?
Una serie di ricerche sembrerebbe mostrare che c’è una netta superiorità per quelle terapie che si concentrano sul ridurre il problema specifico della persona, cioè l’ansia e le sue manifestazioni.
Ad esempio, una meta-analisi di Marcus et al. (2011) fatta su 4 studi riporta che “in ciascuno di questi quattro studi, un trattamento fortemente focalizzato sul sintomo […] si è dimostrato più efficace di un trattamento meno focalizzato (terapia di supporto, meditazione o rilassamento applicato) nel ridurre un sintomo molto specifico (tic o attacchi di panico) oppure un sintomo relativamente specifico (fobia sociale)” (Marcus et al., 2014, p. 527).
Questo in realtà sembra interessare anche altre problematiche e non dipende tanto da “quale approccio” utilizzare (es. Terapia Cognitivo-Comportamentale, Psicoanalisi, ecc.), ma di “come approcciare” al problema (Cannistrà, 2026).
Ad esempio, parlando di altri disturbi con i quali sembra migliore un approccio orientato ai sintomi, uno studio comparativo ha mostrato che, con la bulimia nervosa, terapie più orientate al problema sono più efficaci di quelle caratterizzate “da un approccio non direttivo in cui il paziente è invitato a parlare il più liberamente possibile, da un’attenzione particolare alla relazione terapeutica e dal coinvolgimento del paziente in una riflessione condivisa sulla funzione dei sintomi del disturbo e sulle circostanze che li scatenano”, terapie nelle quali “[i] sintomi bulimici non vengono necessariamente discussi in ogni seduta” (Poulsen et al., p. 110)
Tornando ai disturbi d’ansia, una forte prova che il migliore modo di approcciare AD ESSI sia quello di focalizzarsi sui sintomi e sui comportamenti ad essi associati arriva da una meta-analisi di Yulish et al. (2017).
Nel tempo altri studi hanno dato questa conferma, ma il lavoro di Yulish viene fortemente citato ancora oggi.
Yulish e colleghi hanno ipotizzato che tre meccanismi in particolare giochino un ruolo chiave nell’efficacia di tali modelli:
1. L’empatia e la relazione reale tra terapeuta e cliente.
2. L’aspettativa generata dal terapeuta nel cliente, spiegandogli come funziona il problema e quali comportamenti sono coinvolti nel ridurlo.
3. Far fare qualcosa di specifico che il terapeuta e il cliente ritengono essere direttamente correlato alla risoluzione del problema o al suo miglioramento.
Queste ipotesi non sono frutto del guizzo creativo di Yulish e colleghi. Si basano su un corpus di studi e riflessioni che storicamente trova una prima importante sistematizzazione nello classico libro di Jerome Frank “Persuasion and Healing: A Comparative Study of Psychotherapy“, e che più di recente è stato formalizzato in quei tre meccanismi (o “pathways”, percorsi) da Bruce Wampold (Wampold e Imel, 2015).
Con i disturbi d’ansia in particolare, dicono Yulish e colleghi, mostrare al cliente come funziona e quali comportamenti sono coinvolti, per generare un’aspettativa positiva di cambiamento, è il meccanismo/percorso più correlato a una terapia efficace, seguito subito dopo dal fargli fare qualcosa di specifico che terapeuta e cliente ritengano direttamente correlato alla risoluzione del problema o al suo miglioramento.
In che modo possiamo tradurre questo modo di approcciare con le Terapie Brevi?
Innanzitutto, avendo in mente un approccio multi-teorico.
E poi, usando il modello giusto.
Un approccio multi-teorico è un modo di studiare e praticare la psicoterapia apprendendo più modelli, anziché uno solo (Cannistrà, 2024).
È simile a un approccio pluralista (Cooper e McLeod, 2011), con la differenza che si tende a studiare e praticare modelli con una coerenza epistemologica, teorica e, ove possibile, metodologica, medio-alta. La differenza principale è dunque nella tecnica.
Infatti, seppure le meta-analisi che ho citato mostrano la superiorità di un modo di approcciare problem-oriented, altri studi hanno mostrato la superiorità di un modo di approcciare più orientato alla soluzione e all’elicitazione di affetti positivi (Meuret et al., 2026).
E questo sembra valere tanto per problemi quali la depressione quanto per… i disturbi d’ansia.
È molto comune, nella scienza psicoterapeutica, che studi diversi dicano cose opposte.
Se il tempo raffinerà la ricerca per dirci “chi ha più ragione” (o meglio, in quali condizioni), in parte possiamo già immaginare una spiegazione di questa differenza: le preferenze del cliente.
Come ho detto altrove, infatti, la personalizzazione della psicoterapia è fondamentale, ed è per questo che un approccio multi-teorico si rivela vincent: anziché avere sul tavolo un solo tipo di posate, hai a disposizione quelle più adatte per il tipo di pietanza che dovrai mangiare.
Il fatto che siano delle meta-analisi a dirci che è meglio un modo di approcciare focalizzato su sintomi e comportamenti disfunzionali è degno di nota.
Le meta-analisi comparano insieme molti studi per trarne delle conclusioni generali (sempre che il disegno di ricerca e l’analisi dei dati siano fatti per bene).
Tirando le somme, dunque, possiamo pensare che, di fronte a un disturbo d’ansia abbastanza conclamato, iniziare con un approccio centrato sul problema possa essere una buona idea, soprattutto se questa proposta si accorda alle preferenze della persona.
La Terapia Breve, in particolare la Terapia Strategica, si presta bene a questo.
È per sua natura una terapia centrata sul problema e fa in modo elegante entrambe le cose: crea un’aspettativa di cambiamento e blocca o modifica i comportamenti coinvolti nel mantenere l’ansia.
Ci sono testi appositi per approfondire come lo fa (Nardone, 1993), ma posso fare due esempi specifici.
Per seguire il “percorso dell’aspettativa”, si può utilizzare il linguaggio evocativo, che attraverso l’evocazione, appunto, di immagini e sensazioni arriva a far sentire, prima ancora che capire, cosa non funziona e cosa può funzionare. È la “persuasione” a cui faceva già riferimento Jerome Frank e si può usare, ad esempio, per “creare avversione” verso tali comportamenti o per “creare consapevolezza” (Cannistra e Hoyt, 2020).
Il “percorso dell’azione”, invece, viene facilmente perseguito identificando le “tentate soluzioni disfunzionali”, cioè quei comportamenti che la persona mette spontaneamente in atto per risolvere l’ansia e che, però, finiscono per mantenerla.
Ad esempio, per agire sulle aspettative si può seguire la logica del “creare avversione” dicendo: “Tutte le volte che chiedi aiuto per paura ti mandi due messaggi. Il primo, che vedi sulla superficie, è ‘Gli altri sono qui per aiutarmi, con loro ce la posso fare.’ Ma questo ne porta un altro con sé, subito al di sotto di esso, ed è: ‘Io da solo non sono in grado.’ Non so se puoi già smettere di chiedere aiuto, ma vorrei che pensassi a questi due messaggi ogni qualvolta lo fai.”
Mentre per agire sulle azioni si possono usare le tecniche paradossali (per un approfondimento su logiche e tecniche si veda Hoyt e Cannistrà, 2023).
Tu che fai, con i disturbi d’ansia?
Segui abitualmente questi due percorsi?
Approcci in modo più focalizzato sul problema, o più aperto e non strutturato?
Nella tua esperienza clinica ci sono delle differenze?
Bibliografia
Cannistrà, F. (2024). How to Maximize a Single Session? From a Reflection on Theoretical Pluralism to the Definition of Five Goals. Journal of Systemic Therapies, 43(1), 104-117.
Cannistrà, F. (2026). Metodologia delle terapie brevi: linee guida per un approccio multi-teorico. In F. Moccia, F. Cannistrà e F. Piccirilli (a cura di), Terapie brevi in età evolutiva. Crescere, cambiare, intervenire. FrancoAngeli.
Cannistrà, F., & Hoyt, M. F. (2020). The Nine Logics Beneath Brief Therapy Interventions: A Framework to Help Therapists Achieve Their Purpose. Journal of Systemic Therapies, 39(1), 19-34.
Cooper, M., & McLeod, J. (2011). Pluralistic Counselling and Psychotherapy. Sage.
Hoyt, M. F., & Cannistrà, F. (2023). Conversazioni di terapia breve. Esplorando interventi efficaci in psicoterapia. EPC.
Marcus, D. K., O’Connell, D., Norris, A. L., & Sawaqdeh, A. (2014). Is the Dodo bird endangered in the 21st century? A meta-analysis of treatment comparison studies. Clinical psychology review, 34(7), 519–530.
Nardone, G. (1993). Paura panico fobie. Ponte alle Grazie.
Norcross, J., & Cooper, M. (2021). Personalizing Psychotherapy. Assessing and Accomodating Patient Preferences. American Psychological Association.
Poulsen, S., Lunn, S., Daniel, S. I., Folke, S., Mathiesen, B. B., Katznelson, H., & Fairburn, C. G. (2014). A randomized controlled trial of psychoanalytic psychotherapy or cognitive-behavioral therapy for bulimia nervosa. The American journal of psychiatry, 171(1), 109–116.
Yulish, N. E., Goldberg, S. B., Frost, N. D., Abbas, M., Oleen-Junk, N. A., Kring, M., Chin, M. Y., Raines, C. R., Soma, C. S., & Wampold, B. E. (2017). The importance of problem-focused treatments: A meta-analysis of anxiety treatments. Psychotherapy (Chicago, Ill.), 54(4), 321–338.
Wampold, B., & Imel, Z. (2015). Il grande dibattito in psicoterapia. Sovera.
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