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Quando studiavo all’Università, il Disturbo di Personalità Borderline era visto come un gran problema, difficile da risolvere.

Forse era complice anche la sua discutibile origine.

 

Il termine “borderline” (letteralmente “linea di confine”) venne usato per quei pazienti che non rientravano propriamente nelle psicosi, ma nemmeno nelle nevrosi (Migone, 1990).

È un termine decisamente “vecchio”, perché venne usato dai primi “alienisti” (al tempo gli psichiatri si chiamavano così) verso la fine del 1800.

Ad esempio, nel 1890 Irving Rosse parlo specificatamente di “borderland insanity”, sebbene il termine cominciò a diventare più familiare verso gli anni ’30 del 1900.

 

Con la psicoanalisi, le cose si chiarirono meglio.

Freud distingueva le “nevrosi di transfert” dalle “nevrosi narcisistiche”: qui rientravano le paranoie e la schizofrenia, refrattarie all’analisi.

Però qualche psicoanalista ci provò lo stesso, e scoprì che c’erano dei pazienti che erano appunto “in mezzo”.

 

Dobbiamo arrivare al 1968 per una ricerca più accurata.

Fin qui, infatti, le varie descrizioni e definizioni, su cui poggiava gran parte della scienza e della conseguente terapia, venivano date da singoli medici (per lo più) in base ai casi che vedevano in ospedale o nei loro studi.

Nel ’68 arrivò il libro di Grinker e colleghi, che presentò uno studio più dettagliato basato su 51 pazienti e che fu largamente apprezzato.

Grinker e colleghi notarono in particolare 4 caratteristiche comuni (s.a., 1970):

  1. Rabbia: espressa in modo più o meno diretto.
  2. Difetti nelle relazioni affettive: spesso dipendenti e comunque mai basate su una sana reciprocità.
  3. Problemi nell’identità: con una visione di sé confusa, “come se mi vedessi recitare un ruolo” e spesso basata sulle reazioni degli altri.
  4. Depressione: molto centrata sulla solitudine e l’incapacità di adattamento.

Il tutto diviso in 4 sottotipi.

 

Successivamente furono Otto Kernberg e John Gunderson a dare due importanti e distinti contributi, che permisero di arrivare ai criteri del DSM-III (1980).

 

E oggi?

È ancora un gran problema il disturbo borderline?

 

Oggi il DSM-5-TR dice che la diagnosi è posta quando si hanno 5+ criteri tra questi:

  • Sforzi disperati per evitare l’abbandono (reale o immaginario)
  • Rapporti instabili e intensi che si alternano tra l’idealizzare e lo svalutare l’altra persona
  • Un’immagine di sé o un senso di sé instabili
  • Impulsività in ≥ 2 aree che potrebbero danneggiare loro stessi (p. es., il sesso non sicuro, le abbuffate, la guida spericolata)
  • Ripetuti comportamenti e/o gesti o minacce di suicidio o autolesionismo
  • Rapidi cambiamenti di umore, di solito della durata solo di alcune ore e raramente di più di un alcuni giorni
  • Persistenti sentimenti di vuoto
  • Rabbia impropriamente intensa o problemi di controllo della rabbia
  • Pensieri paranoici temporanei o gravi sintomi dissociativi innescati dallo stress

Applicando il calcolo combinatorio abbiamo 256 possibili configurazioni di Disturbo di Personalità Borderline.

Ma questo vale per una gran quantità, se non la maggior parte, dei disturbi classificati con questo sistema.

 

La cosa che io trovo interessante è un’altra: ancora oggi usiamo il termine “borderline”.

E non va bene.

 

Le persone hanno generalmente opinioni meno empatiche con chi riceve questa diagnosi rispetto a chi soffre di “ansia” o “depressione” (Furnham et al., 2015)

E questo è in buona parte responsabilità dei media e dell’ambiente scientifico.

In effetti, “le persone con disturbo borderline di personalità vengono spesso descritte dai clinici come uniformemente difficili, manipolatrici, esigenti e in cerca di attenzioni” (Università di Melbourne, 2020).

È esperienza comune di tanti colleghi dire o sentir dire “È un borderline” sottointendendo “È un caso difficile”.

 

Ma in psicoterapia i casi non sono “difficili” per via della diagnosi.

Sicuramente abbiamo diagnosi che delimitano realtà su cui abbiamo capacità di intervento meno sviluppate che su altre.

Ma due persone che ricevono la stessa diagnosi possono avere un percorso terapeutico e una vita molto diverse l’una dall’altra.

 

Usare ancora oggi il termine “borderline” è fuorviante.

Così come lo erano termini come “isterica” e “ipocondriaco”.

 

Vengono avanzate proposte diverse, come “disturbo da trauma complesso” (Kulkarni, 2015), per cercare di ridurre lo stigma e la reificazione.

Ma in realtà non dobbiamo andare tanto in là.

L’ICD-10 (il sistema di classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) non parla principalmente di “borderline”.

L’etichetta che usa è “disturbo di personalità emotivamente instabile” (F60.3, poi c’è in effetti un sottotipo “borderline” e non mi è chiarissimo perché il termine sia stato fatto uscire dalla porta per poi rientrare dalla finestra).

Anche questa definizione non è libera da stigma (“È una persona emotivamente instabile” è un’espressione d’uso comune e negativa), ma almeno si libera di un termine poco chiaro (“borderline”).

 

Ma ora possiamo finalmente tornare alla prima domanda: è un problema difficile da risolvere?

Trovo che, senza voler peccare di semplicismo, nel momento in cui definiamo che il problema è “l’instabilità emotiva” troviamo nella definizione stessa una via per la soluzione.

E in effetti, i più noti approcci a questo disturbo si concentrano, pur in modo diverso, ad aiutare la persona a riacquistare stabilità: emotiva, identitaria e interazionale (Madeddu et al., 2012).

 

E come si fa in Terapia Breve?

 

Questo fine settimana, come ogni anno, ne parlerò al IV Anno dell’Istituto ICNOS, dove dedichiamo 3 weekend (e un insieme di altri incontri) alla categoria dei disturbi di personalità (ed io mi occupo proprio del disturbo “borderline” e quelli che rientravano nel vecchio Cluster B).

Sul mio canale YouTube dovrebbe esserci qualche video, ma prometto che poi tornerò a parlarne anche qui.

 

Riferimenti bibliografici

Per la parte storica di questo articolo sono ampiamente debitore all’articolo di Paolo Migone, “Evoluzione storica del concetto di ‘borderline'”, comparso su Il Ruolo Terapeutico, 1990, 55, pp. 30-34 (si trova disponibile online). 

 

Borderline states (1970). Australian and New Zealand Journal of Psychiatry, 4(2), 63–64.

Furnham, A., Lee, V. & Kolzeev, V. (2015). Mental health literacy and borderline personality disorder (BPD): what do the public “make” of those with BPD?. Soc. Psychiatry and Psychiatr. Epidemiol., 50, 317–324.

Grinker, R. R., Werble, B., & Drye, R. C. (1968). Borderline Syndrome. A Behavioral Study of Ego-Functions. Basic Books.

Kulkarni, J. (2015, online). Borderline personality disorder is a hurtful label for real suffering – time we changed it. Monash University.

Madeddu, F., Acquaro, P., & Preti, E. (2012). Psychotherapy for borderline personality disorder: a review of literature on the efficacy of four manualized treatments. Journal of Psychopathology, 18(3), 196-209.

Rosse, I. C. (1890). Clinical Evidence of Borderland Insanity. The Journal of Nervous and Mental Disease, 15(10), 669-683 .

Università di Melbourne (2020). https://pursuit.unimelb.edu.au/articles/borderline-personality-disorder-it-s-time-to-change-the-narrative

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