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Venerdì ho partecipato alla presentazione del libro di Davide Etzi (2026). A un certo punto una persona ha condiviso un’esperienza: il suo terapeuta l’aveva invitata e aiutata a essere più produttiva.

Ma è giusto?

 

La persona stessa ha riconosciuto che c’era probabilmente del suo: il terapeuta non l’aveva condotta per quel sentiero CONTRO la sua volontà.
Forse quella “volontà” l’aveva assecondata.

 

Nello stesso evento, Davide Etzi illustrava una realtà connessa: molte aziende chiedono ai terapeuti con cui stringono delle collaborazioni di rendere i loro dipendenti più produttivi, o comunque allineati alle dinamiche aziendali.

Di nuovo: è giusto?
Sembrerebbe di no.

 

Fatto salvo alcune eccezioni auto-evidenti (che non mi esimerei dal mettere comunque sotto i riflettori della ragione), il terapeuta non dovrebbe partire da una “realtà giusta” a cui fare aderire il cliente.
Giusta “per chi”, dopotutto?

 

Con le parole della Dr.ssa Margaret Morris, in un video in cui mi sono recentemente imbattuto (APA, 2026), il compito del terapeuta è semmai quello di “sfidare i pazienti”.
Sfidare, cioè, quel loro modo di vedere e fare le cose che li sta facendo soffrire.
Ma come?

 

In un’intervista, Michael F. Hoyt (s.d.) sostiene che puoi “proporre, non imporre” delle realtà ai clienti.
È un procedimento utile, anche se delicato.

 

L’idea è quella di descrivere una realtà, un’ipotesi ad esempio, esplicitando che è una proposta, un’idea tua, un’ipotesi appunto, una condivisione.
Io spesso mi spingo anche oltre esplicitando alla persona che nella stanza, quello “col camice”, sono io, e che quindi sento grande responsabilità per ciò che sto per dire.

 

Si tratta, in altre parole, di attivare volontariamente la sua consapevolezza, anziché lasciarla sullo sfondo.
Ma rimangono comunque almeno due rischi.

 

Il primo rischio è che la tua influenza resti un ingombro preponderante.
Su certi temi tutti noi possiamo essere più facilmente influenzabili, magari semplicemente perché non ci abbiamo riflettuto abbastanza e perché pensiamo che, giustamente, il terapeuta stia facendo i nostri interessi.
Non si può non influenzare qualcuno, è vero, ma si può essere consapevoli e dunque limitare la portata di tale influenza.

 

Il secondo rischio è opposto: potresti creare un attrito dove sarebbe non necessario farlo.
Potremmo fare una proposta che in ultima analisi si sarebbe rivelata adatta alla persona, ma le parole che abbiamo usato, o il momento in cui l’abbiamo fatta, o altro ancora non erano giusti. E la persona “resiste”. A noi.

 

Ma allora come si fa?
Come “sfidare il paziente”?
Anzi, come aiutarlo a sfidare, cioè a vedere e a fare in modo diverso, le cose che vede e che fa attualmente?

 

Un ottimo modo, un vero e proprio modello, è quello della Terapia Breve Centrata sulla Soluzione, descritto nel libro a cura mia e di Federico Piccirilli (Cannistrà e Piccirilli, 2021).

 

Nella TBCS “pura” si fanno solo domande.
Niente proposte, niente ristrutturazioni, niente metafore… Il terapeuta è un “curioso” della vita della persona, che vuole veramente sapere da lei la sua opinione sulle cose.
Ovviamente un “curioso con metodo”. Un metodo che è prettamente orientato a far descrivere ciò che funziona o che potrebbe funzionare. Dal punto di vista della persona.

 

Immagina una persona che viene da te perché sta male a lavoro.
T: “Qual è la tua migliore aspettativa da questo incontro?”
P: “Stare meglio, stare bene…”
T: “E cosa ti farà dire che stai meglio, che stai bene?”

 

Una domanda così semplice restituisce agentività alla persona.
“Cosa fa dire A TE che stai meglio? Cosa dovrai fare o cosa ti vedrai fare, o anche solo cosa noterai, per poter dire ‘va meglio’?”

 

E le restituisce anche direzione: è lei, non tu, a decidere quale sia la risposta giusta, quella che le farà dire che sta meglio.
I criteri non sono né imposti, né proposti: sono scoperti.

 

P: “Voglio essere più produttiva.”
T: “E a cosa ti sarà utile, esserlo?”
P: “Potrei essere più soddisfatta di me.”
T: “E questo come sarebbe utile, per te?”

 

Guardate questo scambio.
Con curiosità autentica (nel senso che tu DAVVERO vuoi sapere come lo sarebbe) aiuti la persona a dare la sua definizione personale di come “essere più produttiva” sarebbe utile per lei.
Questa diviene una chance in più per scoprire SE effettivamente lo sarebbe. Senza che glielo abbia suggerito nessuno.

 

Ieri, a lezione, due studentesse hanno portato un problema personale. Per entrambe esso prevedeva o augurava il cambiamento di qualcun altro.
Durante entrambe le dimostrazioni ho chiesto quale fosse la migliore aspettativa dall’incontro. “Essere più serena” e “Sentirmi libera” erano parte di tale aspettativa.
“Come saprai di esserlo?” ho chiesto a un certo punto a entrambe. “Cosa farai?”

 

Entrambe a un certo punto hanno detto che parte delle cose che avrebbero fatto sarebbero servite a far cambiare quelle persone.
“E questo come ti farà sentire? Che differenza farà per te?” ho chiesto. E alle loro risposte ho aggiunto: “E perché è importante per te?”
Una di loro ha detto che in quel modo avrebbe sentito di avere “valore”. E allora, a quel punto, abbiamo potuto esplorare cos’altro le avrebbe permesso di avere valore al di là dell’effettivo cambiamento dell’altra persona.
In nessun momento ho suggerito che ciò fosse meglio. Sono loro, in due situazioni diverse, che a un certo punto hanno riconosciuto, esplicitandolo, che quella realtà era quella più consona a loro (quella in cui loro perseguivano ciò che le faceva sentire bene, “libere” o “serene”, e che ora potevano riconoscere; una realtà che non aspettava più che fosse qualcun altro o qualcos’altro a cambiare).

 

Wittgenstein (1921) diceva che non possiamo pensare a una realtà a cui non abbiamo mai pensato.
A volte ci guardo per strada e mi chiedo quanto siamo consapevoli di noi, quanto ci fermiamo a pensare a cosa siamo e vogliamo.

 

“CONOSCI TE STESSO” spiccava sull’ingresso del tempio di Apollo a Delfi: l’oracolo di Delfi, prima di darti uno dei suoi consigli sibillini, ti aveva già indicato dove andare a guardare.

 

La Terapia Breve Centrata sulla Soluzione è il metodo migliore che conosca per fare questo: rispettoso, accogliente, breve.
Mi piace perché aiuta a sviluppare la propria direzione, e lo trovo davvero appropriato a un’epoca in cui tutti sembriamo sempre più spesso orientati alla ricerca di… senso.

 

Riferimenti

APA (2026, 27 marzo). Reel su Instagram.
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2021). Terapia breve centrata sulla soluzione. EPC.
Etzi, D. (2026). Guarire dal capitalismo. Botteghe invisibili.
Hoyt, M. F. (s.d.). Michael Hoyt on Brief and Narrative Therapy. Sito: https://www.psychotherapy.net/perspectives/articles/michael-hoyt-on-brief-and-narrative-therapy/
Wittgenstein, L. (1921). Tractatus Logico-Philosophicus. Einaudi, 1954.

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