Polly è qui accanto a me. Fa le fusa.
Scrivevo le parole, ma mancava qualcosa.
Siamo tutti nella stanza, è pomeriggio inoltrato, il secondo turno ha appena finito. Adesso stanno facendo le foto con le specializzazioni in mano. Adesso è finita davvero.
‘Non provo niente’ mi dico. ‘Come ogni volta.’ Una voce lontana, come un suggeritore da dietro le quinte, sa che non è vero. ‘Da cosa mi difendo stavolta?’ mi chiedo.
Nel bagno. Mi lavo i denti. Flavia dorme già.
Ripenso al discorso fatto la sera prima con Gianluca.
“Io non sento i limiti del fare” dico. “Vuoi andare a studiare negli Stati Uniti? Fallo. Vuoi dare il massimo? Puoi darlo. Puoi ottenerlo. Qual è il vero limite?”
So che non è proprio così, ma so anche cosa intendo. I costrutti sono catene. ‘Non puoi’ è una cosa che ti dici perché l’hai letta da qualche parte e hai finito per trascriverla nel tuo libro delle teorie. È la forma della tua epistemologia, non la realtà della materia.
Sputo il grumo di dentifricio e saliva nel lavandino, poi mi guardo allo specchio.
‘Potrei fare solo questo’ penso. ‘Essere fatto solo di questo. Studiare, lavorare, fare le mie cose. Sono le cose che mi piacciono di più. Sono le cose che mi riescono meglio. Sono bravo in questo. Potrei essere incredibilmente più bravo, in questo.’
Poi mi viene in mente la discussione di Davide.
“Ero funzionale. So che funziono. So di essere iperfunzionale. Uno di quei tipi che lo metti di fronte a un foglio Excel e funziona bene, benissimo, meglio di chiunque altro.” Pausa. “Ma non ero felice.”
Perché?
“Perché non funzionavo nelle relazioni.”
Fiorenza, Ilenia, Maria Alessia e qualcun altro sono attorno al tavolo di vetro, messo al centro della sala caffè. Fiorenza ha in mano un mandarino, lo sta sbucciando. C’è qualcun altro in sala. Francesco mi passa accanto. Faccio un passo, mi sorridono, il vocio continua senza interrompersi. Gli sorrido, dico qualcosa. Qualcuno mi chiede se voglio un caffè, forse Consuelo. Sì grazie. Parlano di qualcosa, Giorgia le ascolta con quel suo sorriso, seduta a un lato della stanza. Non so l’argomento. Ascolto il suono delle chiacchiere, prendo il caffè. Grazie. Scambio qualche parola con Laura. Per sapere come va, per conoscere quelle persone, per immergermi come quando ti immergi in una grande vasca di acqua calda e rimani lì, e chiudi gli occhi, e ti godi il vapore, e i rumori dell’acqua, e i suoni che ci sono, e stai bene così, e non sei solo.
“Quando hai detto ‘Voi siete nelle nostre menti’…” dice Giulia. Aggiunge qualcosa, ma io non ricordo cosa. Ricordo gratitudine. E non saprei di chi, se non si entrambi.
Ci chiedono un discorso. Guido mi dà il microfono. Dico qualcosa di banale, qualcosa che avrò detto dieci o cento volte. Selena e Claudia mi sorridono, ma ormai mi sembra che non sappia più di niente. A Federico riesce meglio.
Penso che avrei voluto parlare solo col silenzio e col sorriso. ‘Cos’altro posso dirvi?’ avrei detto. ‘Mi avete già tolto tutto. Tutte le parole, tutti i significati che significavano per me. E ora le avete voi, che mi avete dato le vostre. Cos’altro potrei dirvi, che non ci siamo detti già?’
“Non azzardarti a piangere” dico a Simona del III Anno quando si blocca durante la prova pratica. La guardo fissa, senza sorridere. “Non piangere. Non farlo.” La guardo negli occhi. Guardo gli occhi delle compagne attorno. “Non dovete piangere” dico. “Dovete stare con il dolore.” Guardo Simona: “Dovete imparare a stare con il dolore, con la paura, con l’incertezza, con il non sapere” le dico. “Non sarete sempre perfette, non saprete sempre cosa fare” le dico mentre la guardo. “E fa male, e fa schifo, e va bene così” le dico. “Puoi continuare. Anche stando male. Anche stando così.”
Simona annuisce. Fa uno di quei suoi respiri veloci, chiusi, profondi. Guarda la collega, continua la prova.
Sorrido a Fiorenza. Le dico una cosa. Sorride: “Sono cambiate un sacco di cose.”
“Sei cambiata tu” le dico.
“Un sacco di cose” ride imbarazzata. “Un taglio di capelli all’anno!”
“Sei cambiata tu” sorrido.
Ci sono Simona, Edoardo, Giuseppe, Federica, Marco. Li abbraccio tutti. Non ne dimentico nessuno.
Nessuno.
Li abbraccio tutti ogni volta. Sono la mia stanchezza, quella che ti lascia un ruga che guardi felice ogni giorno, perché ti fa compagnia, perché ti fa sentire adulto, perché ti fa sentire giusto, perché ti fa sentire bene.
Li abbraccio tutti, tutti insieme, un’ultima volta. Non lo abbraccerò mai più tutti insieme così.
Faccio due passi verso l’uscita, poi mi giro: sono ancora lì, eterni.
“Buonanotte classe Divertimento!” grido.
Mi augurano tutti la buonanotte.
Faccio scorrere l’acqua nel lavandino, pulisco tutto. Mi guardo un’ultima volta allo specchio. Penso al discorso di Davide. Penso che ho fatto la cosa giusta.
Spengo la luce. Raggiungo Flavia nel letto.
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