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Due genitori arrivano disperati dal terapeuta:  hanno scoperto che la figlia si abbuffa e vomita, in modo consapevole e compiaciuto.  “Abbiamo tentato di tutto” dicono.  “A chiedere spiegazioni, a darle noi, a controllarla, a urlarle contro… nulla è servito.” Sono preoccupati, ed è evidente il perché.  Il comportamento della figlia, già preoccupante di suo, si sta evidenziando sul suo corpo:  emaciato, abbruttito, privato di quella bellezza giovanile che contraddistingue la sua età. Il terapeuta ascolta attentamente, chiede dettagli, e poi dice la sua:  “Penso di potervi aiutare, di poterlo fare in tempi brevi, ma dovrete fare ciò che vi chiedo. Non è nulla di difficile, probabilmente solo bizzarro, ma se mi seguite vedrete velocemente dei risultati.” I genitori, ormai disposti a tutto, annuiscono in ascolto. “Nelle prossime due settimane, ad ogni pasto, dovrete andare da vostra figlia e porle questa domanda: cosa vuoi oggi da mangiare e vomitare?” I due esclamano sorpresi: “Ma dobbiamo chiederglielo noi?!” e il terapeuta annuisce. Due settimane dopo i due tornano con una novità: la ragazza è rimasta sorpresa di questa comunicazione, anzi di più:  si è velocemente arrabbiata, non capendo il perché di quell’atteggiamento. Ma i genitori non hanno mollato, e hanno continuato imperterriti, persino quando lei ha preso ha nascondere il cibo nell’armadio. Il terapeuta si congratula e li invita a proseguire. Nel giro di un altro altro incontro il comportamento si riduce ulteriormente:  sia le abbuffate che il vomito diminuiscono sensibilmente, con la ragazza che dice che i genitori “le hanno rovinato tutto.”  Il problema non si risolve così, ma è lo sblocco per farla venire dal terapeuta:  gli incontri successivi serviranno infatti per far sparire del tutto abbuffate e vomitate.  Un bel caso, trattato da Giorgio Nardone e narrato nel divulgativo “Al di là dell’amore e dell’odio per il cibo”. Interessante per vari motivi:  ad esempio mostra un caso di terapia sistemica indiretta, cioè l’utilizzo del sistema per aiutare la persona con il problema,  e mostra anche il processo che viene seguito:  il sistema, in questo caso i genitori, vengono eletti a co-terapeuti, con lo scopo di portare la persona in terapia ma anche col risultato di ridurre già la sintomatologia.  Interessante anche dal punto di vista della tecnica usata:  è un’ingiunzione paradossale, dove si chiede alla persona che presenta il sintomo di metterlo in atto;  è un intervento interessante perché si può leggere a più livelli: da un lato la prescrizione interrompe i comportamenti disfunzionali dei genitori, che pur animati da buone e comprensibili intenzioni rischiavano di mantenere il problema;  dall’altro mostra come chiedere alla persona di fare ciò che noi riteniamo problematico finisce per ridefinirlo,  questo potremmo immaginare che avviene sia a un livello relazionale che individuale:  a livello relazionale il comportamento perde la connotazione di definire i ruoli tra genitori e ragazza,  ad esempio non è più una forma di espressione di autonomia o di potere; mentre a livello individuale ridefinisce il rapporto tra sé e quel comportamento: se prima vomitare era un piacere anche per via della sua trasgressività, adesso che è una richiesta quel piacere è stato “rovinato”. Ovviamente queste sono idee e riflessioni, che condivido perché possano essere messe al servizio della pratica:  ricorda sempre che le ipotesi devono essere utili più per il loro valore nella pratica, che per una mera… abbuffata cognitiva.

 

Flavio Cannistrà

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