Cosa devi assolutamente fare nella prima seduta di psicoterapia?

Ancora meglio: cosa devi assolutamente fare se vuoi renderla più efficace?

C’è una cosa che mi lascia sempre un po’ sorpreso. A volte quando spiego che cosa ho fatto nelle primissime sedute di psicoterapia, a volte anche nella prima seduta di psicoterapia, alcuni colleghi mi hanno detto: “Ma io questa cosa arrivo a farla alla decima seduta”.

Sai però qual è la cosa che mi sorprende di più?

Quando leggo una ricerca o un case study in cui una persona è stata aiutata in poche sedute,

io mi faccio sempre la stessa domanda: “come hanno fatto?”

Perché se ci sono riusciti vuol dire che è possibile e se è possibile vuol dire che potrei farcela anche io, ed è qui che rimango sorpreso.

Capisco che ci sono teorie che dicono che non puoi risolvere un problema prima di mesi o anni, ma se qualcuno ce l’ha fatta in 5, 3 o persino 1 seduta, non ti viene voglia di chiederti come sia stato possibile?

Prima ancora di chiederti “non è possibile”, “non è vero”, “non è sano”, “è una menzogna”,

non sarebbe meglio chiederti: “Come è possibile?”

“Come hanno fatto?”, “Fammi vedere, fammi provare e dopo giudicherò se è fattibile oppure no, se è vero oppure no, se ha valore oppure no”.

Quindi, se per te ha un briciolo di senso quello che ti ho appena detto, è utile farti questa domanda: “Cosa devi assolutamente fare nella prima seduta per renderla il più efficace possibile?”

Ogni mese io faccio una supervisione per One Session, il nostro servizio di volontariato di terapia seduta singola.
Vedo tutti gli psicologi e le psicologhe che partecipano, sento i loro casi per aiutarli a migliorare, a fare sempre meglio
e c’è una cosa che ritorna con ricorrenza:
dato che One Session offre appunto un servizio di Terapia a Seduta Singola, torniamo quasi sempre a parlare di prime sedute e ci sono due cose su cui lavoriamo con costanza.

Prima di ogni compito dare al paziente, prima di ogni tecnica comunicativa prima di ogni restituzione empatica, ci sono queste due cose su cui dobbiamo lavorare per aiutare il terapeuta a fare meglio:
la definizione del problema,
la definizione dell’obiettivo,

ma che devono essere fatte in un modo specifico.
Sembra semplice no? La prima cosa che devi fare, la primissima prima di qualunque altra domanda, è definire il problema del paziente, definire il l’obiettivo per cui vi viene in seduta.
Però semplice non è.

Concentriamoci sul problema qui e chiariamo subito una cosa: il problema va definito in termini operativi, e che vuol dire?

Vuol dire che devi definirlo tramite operazioni, cioè tramite azioni concrete che il paziente fa.

Generalmente le persone vengono con due grandi definizioni di problemi.
“Ho qualcosa”, “sono qualcosa”

e ovviamente la controparte: “non ho qualcosa” o “non sono qualcosa”.

“Ho l’ansia, ho il DOC, non ho autostima, non ho il tipo di rapporto di coppia che vorrei”,

oppure: “sono depresso, sono borderline, non sono abbastanza assertivo, non sono capace di amare”.

Queste definizioni sono problematiche di per sé.
Non nel senso che ti parlano del problema, ma nel senso che non ti dicono niente di come funziona il problema.
Se una persona ti dice: “sono borderline, sono un borderline”,
tu puoi fare solo una cosa: prendere il manuale e vedere che cosa devi fare.
Ma prova invece a fare un’altra cosa. Prova a far definire il problema in termini di azioni: “Cosa fai che ti fa dire che sei un borderline? Cosa provi e, soprattutto, cosa fai provando quelle cose?” Oppure: “Cosa fai per via di questa ansia? Esci oppure no? Ne parli oppure no? Ti fai aiutare o fai tutto da solo? Eviti le cose oppure le affronti?

In un altro video dicevo che, considerando semplicemente le varie combinazioni possibili, ci sono oltre 120 configurazioni del “Disturbo Depressivo Maggiore”.

Cioè praticamente ci sono oltre 120 modi di essere depresso quindi di fronte a questo chiedere alla persona di definire il problema nei termini di cosa fa e non fa, è praticamente un obbligo!

Il motivo è ancora più importante dal punto di vista dell’intervento.
Una volta che hai un’idea precisa di cosa la persona fa, dove lo fa, quando lo fa, con chi lo fa e come lo fa, hai una combinazione importante: è la combinazione con cui sbloccare quel problema.

Una volta che sai come il problema funziona puoi andare in modo altrettanto pratico e operativo a decidere quali azioni servono per sbloccarlo.

Ecco come è possibile fare in 5, 3 o persino 1 seduta ciò che in altri termini viene fatto con dieci sedute o più.

È ovvio che non finirà tutto qui, ci sono tante cose da prendere in considerazione: l’aspetto comunicativo, il ruolo, eccetera… Ma nel momento in cui sai come funziona quel tipo di problema, hai sicuramente la strada spianata per un lavoro più facile e breve.

In più se ci sarai, io spero, il prossimo 10 e 11 settembre all’evento “La pratica della Terapia a Seduta Singola” ti renderai conto anche di un’altra cosa:
tutti i più grandi esperti di Terapia a Seduta Singola presente in quell’evento ti diranno esattamente come fare questa cosa, come definire il problema in termini operativi.

D’altronde come ammoniva Guglielmo da Occam, troppo spesso
“Si fa inutilmente con molto… ciò che si può fare con poco”.

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