La comunicazione con il paziente depresso è fondamentale. Uno di questi principali problemi con questo tipo di disturbi sta proprio qui. Se manca un linguaggio capace di attivare la persona, di farle sentire qualcosa, di smuoverla da quello stato di pietrificazione emotiva, da quel tiepido ribollire di rabbia. Sarà molto difficile lavorare con lei. E quindi? E quindi fare un video sulla comunicazione con il paziente depresso è davvero ardito e, lo dico già qui, sarà vittima di incompiutezza, però magari qualche idea la possiamo dare. Ad esempio parliamo della prima seduta. Una delle prime cose da fare con la persona depressa è infatti stanarla dalla sua posizione di lamentela, vittimismo e rinuncia.

Bada bene, può avere tutte le ragioni per lamentarsi, sentirsi vittima, ma se hai visto il mio video della scorsa settimana: tre comportamenti disfunzionali in chi è depresso, saprai una cosa. Saprai che proprio la rinuncia e il vittimismo contribuiscono mantenere il buio della depressione. Perciò che si fa? Si stana la persona proprio da quella posizione rinunciataria. È un buon modo per farlo è non colludere. Colludere significa giocare insieme, e tu devi proprio evitare di giocare il gioco della depressione. Come? Guai a fare il compassionevole, il comprensivo, il supportivo, se la persona è nella sua posizione di vittima, lasciamola nel suo vittimismo.

“La rinuncia è un suicidio quotidiano” dice Nardone ai suoi pazienti depressi citando Honoré de Balzac, e questo aforisma ci dice due cose. La prima è il tipo di contenuto che possiamo utilizzare nelle nostre comunicazioni.

Si tratta di un contenuto che non deve mai essere offensivo o squalificante ma che terapeuticamente deve smuovere la persona. “Guardi non voglio farle perdere tempo e non voglio perderne io.
Se vuole lamentarsi può farlo sicuramente con i suoi cari ma non può farlo qui dentro.” È questo il tipo di comunicazione ambivalente che dobbiamo usare: Ci sono ma sono qui per aiutarti non per farti una carezza.

E la seconda cosa che ci illustra un aforismo come quello di De Balzac è che il linguaggio deve essere evocativo. Visto che ho già fatto un video intitolato “il linguaggio suggestivo: come utilizzarlo in psicoterapia” evito di ripetermi e di rispiegare come funziona, però diciamo che il succo è questo: dovrai usare soprattutto all’inizio un linguaggio fortemente analogico, suggestivo con immagini anche molto forti, ma contemporaneamente caldo, accogliente, suggestivo e qui, inutile dirlo, ti devi allenare. Sempre su questa linea puoi utilizzare delle comunicazioni che cavalchino la logica del “creare avversione”. Come forse sai se segui i miei video, si tratta di una logica di intervento tesa a suscitare nella persona un’avversione verso qualcosa, e secondo te verso cosa dovremo suscitare avversione nel nostro paziente depresso?

Ovviamente verso la posizione di vittima e verso l’atteggiamento rinunciatario che queste persone tendono spesso ad avere insieme anche alla delega che spesso fanno agli altri di parti loro vita. “Sa forse lei ha ragione a scegliere di rinunciare a tutto ciò che può fare. È venuto qua da me per risolvere un problema ma forse lei ancora non è abbastanza in grado di uscire da questa gabbia che si è creato.” Attenzione però, l’errore più grossolano che uno psicologo può fare è quello di usare questa comunicazione con il depresso. Ma come Flavio, non hai appena detto che il tipo di comunicazione che dobbiamo utilizzare con questo tipo di pazienti?

Dirà il collega comprensibilmente confuso. Sì, ma l’errore sta nello scambiare l’etichetta diagnostica con la persona. Come dice Chris Iveson, in un capitolo scritto per il nostro libro: “Terapia breve centrata sulla soluzione principi e pratiche” è proprio qui, in queste situazioni, che falliscono le terapie manualizzate. Dire che con il depresso può funzionare questa comunicazione non significa dire che potrà funzionare con Alessandra o Daniele. Ricorda che già Jung sosteneva che i tipi psicologici che identificava nei suoi scritti stavano solo nei suoi scritti, erano approssimazioni delle persone reali. E quindi cosa devi fare?

Beh come linea guida puoi seguire quella dettata sopra. Fai sentire alla persona la scomodità della gabbia che si è creata, rovescia su di lei, però senza accusarla o squalificarla, gli svantaggi della sua posizione, ma fallo tramite l’evocazione. Non basterà dire “su sii felice, esci, vivi la vita che è tanto bella” perché questo è il consiglio della nonna, e se non c’è riuscita sua nonna con questo consiglio a tirarla fuori dalla depressione, probabilmente non ci riuscirai nemmeno tu.

Dovrai piuttosto evocare le sensazioni: quelle sgradevoli verso cui provare avversione, o tramite cui far provare avversione, e anche quelle piacevoli verso cui tendere, e come ti ho detto su questo ti devi allenare.

A ottobre, ormai lo sai, faremo un workshop sulla terapia breve per la depressione con Michael Yapko online, tradotto, puoi avere delle informazioni e iscriverti. Ci sono ancora dei posti su www.istitutoicnos.it e ci alleneremo anche su questi aspetti. Nel frattempo mi raccomando allena la tua comunicazione con le persone depresse, perché nei prossimi mesi e nei prossimi anni…
…ne vedremo sempre di più.

 

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