Una collega mi fa questa domanda: “Come funziona l’analisi personale nella vostra scuola?”

“Ecco, le rispondo io, non funziona!”

Qual era il contesto? Il contesto era una giornata di presentazione della nostra Scuola di Specializzazione in Terapia Breve Istituto Icnos, e la risposta la lascia di stucco.

Forse lascia di stucco anche te, però ti chiedo: tu lo sai dove è nata l’analisi personale?

Attingendo dai miei studi Junghiani, da quelli universitari, dal bell’articolo “Analisi personale, pedagogia informale e psicoanalisi” di Innamorati e Sarracino, andiamo un pochino a cercare di capire se questo strumento mitologico sia utile o no.

Attenzione, ho detto mitologico né a caso né in senso squalificante.

Come vedremo attorno all’analisi personale aleggiano davvero una serie di eventi che l’hanno trasformata rendendola davvero una sorta di mito dove non si capisce sempre bene dove finisce la realtà e inizia la speculazione.

Andiamo a capire perché: l’analisi personale, o didattica sebbene i due termini spesso oggi vadano a identificare due cose diverse, pare che fu un suggerimento che Jung diede a Freud, ma perché?

Parlando di Freud ovviamente non ti scandalizzerà sapere che c’entra il sesso, però in una maniera diversa perché c’è un fatto controverso: infatti, nel libro “Boundaries and boundary violations in psychoanalysis” di Gabbard e Lester, i due autori sostengono che il maestro di Vienna decise di introdurre l’analisi personale sostanzialmente per evitare il dilagare di una serie di scandali legati niente popò di meno che al fatto che molti, gli psicoanalisti in erba del tempo, finivano a letto con dei loro pazienti.

Più di un aspetto formativo c’è una sorta di motivo politico, dicono i due autori, per introdurre l’analisi personale al tempo.

Insomma l’analisi personale serviva si valutare i terapeuti, ma per evitare dei casini.

Ne parla proprio Freud nel testo “Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico” che potete trovare nel libro “La mia vita e la psicoanalisi”, dove proprio Freud mette in guardia sui rischi che quel metodo, la psicoanalisi, che lui stesso aveva sperimentato quanto potesse indurre delle suggestioni seduttive nelle pazienti, o nei terapeuti dico io, poteva comportare.

Ho fatto una frase lunghissima, duemila subordinate, comunque erano i rischi che la psicoanalisi poteva comportare a livello seduttivo con le pazienti.

Ma c’è di più: Freud, che in più occasioni è stato uno che diceva “Zitti tutti, questa roba l’ho detta io!”, “Ma, signor Freud sono io che in verità…” “No, no. L’ho inventata prima io, ti sei sbagliato”, rivendicò la paternità dell’analisi personale, tanto che ad oggi effettivamente non c’è una certezza univoca sul fatto che fu Jung a suggerirla a lui.

Però, questa rivendicazione di paternità è ancora più rilevante per noi.

Il motivo è che proprio Freud, nel suo ultimo libro “Analisi terminabile e interminabile” lo trovate anche nelle sue opere, disse: “per motivi pratici quest’analisi può essere soltanto incompiuta. Suo scopo principale è di consentire al didatta di giudicare se il candidato può essere ammesso a un ulteriore addestramento.”

Insomma l’analisi personale era soltanto un criterio di valutazione, niente più, il che va bene ma c’è un ma, anzi due: il primo ha un nome Max Eitingon.

Ma chi è costui? Costui è un analista che un giorno chiese una supervisione a Freud – Freud in inglese, perché Freud lo dicevano ogni tanto in Britannia e da allora lo chiamavano Freud – il quale gliela diede questa supervisione passeggiando per Vinna.

Però, che cosa accade

Accade che durante la passeggiata è, come si dice, com’è che si dice?

….
…deformazione professionale…

Avvenne che durante le loro passeggiate per deformazione professionale Freud fini anche per analizzare un pochino il suo discente, il che non è niente di che, in realtà durò poche settimane non è un problema, ma sai perché è importante per noi?

Perché fu Eitingon, probabilmente perché gli era piaciuta tanto quell’esperienza col maestro di Vienna, che nel 1925 in un congresso internazionale propose proprio come strumento didattico obbligatorio l’analisi personale, e la International Psychoanalytical Association lo recepì immediatamente.

Tutti felici? Manco per niente!

Hanns Sachs che fu un… ci sono un sacco di protagonisti in questa storia non ci si capisce più niente…

Hanns Sachs, che fu uno dei primissimi collaboratori di Freud, fu uno di quelli, di quei tanti, che guardò storto all’idea di un’analisi personale obbligatoria.

A questi analisti non piaceva l’idea di un’eccessiva burocratizzazione: farla si l’analisi personale, ma renderla obbligatoria no.

Anzi, c’è di più: lo stesso Sachs disse che, mettendola in questo modo, l’analisi personale sembrava di più qualcosa di simile al periodo di noviziato pari a quello previsto nei percorsi religiosi.

Quindi: Jung lo dice a Freud, Freud dice che l’ha detto lui e poi Freud ci ripensa, ma prima Eitingon dice che invece bisogna farla, tutti d’accordo, Sachs e altri dicono “no, non ci piace questa cosa”, ma sai chi ci stava sull’altra sponda?

Sai chi era tra quelli d’accordo a fare l’analisi personale?

Ferenczi, Sándor Ferenczi, il nostro Ferenczi, uno dei pionieri, dei precursori più che dei pionieri, delle Terapie Brevi.

Lui la voleva l’analisi didattica e la voleva bella burocratizzata, cosa che va fatta da statuto, la dobbiamo mettere, al punto che alcuni suoi contemporanei proprio notarono, come anche suoi biografi notarono, come fosse in contrasto con le idee di Freud.

Ragazzi nel 1925 era ancora vivo e quindi era ancora di lì a dire “ragazzi aspettate un attimo, non è che dobbiamo farla un po’ così. Boni, state buni”

E no, invece l’hanno fatta.

Ora attenzione, la sto prendendo un po’ a sorridere anche per smorzare un pochino tutte le informazioni, però c’è un motivo importante se ti sto raccontando tutta questa storia: a parte che sapere la storia ci permette di capire meglio il presente, ma poi c’è un punto che ormai avrai capito essere fondamentale nel analizzare l’analisi personale.

L’analisi personale non nacque come quella cosa indispensabile e imprescindibile che viene spesso raccontata senza la quale uno psicologo non può vedere i suoi pazienti perché è vittima dei propri conflitti inconsci e distruggerà le menti delle persone che si rivolgono a lui.

Perché, ogni tanto, viene descritta così eh ragazzi.

Fatevi un giro su facebook e leggete questo: “assolutamente non puoi fare questo lavoro se non hai fatto analisi personale”, si dice.

No, l’analisi personale, analisi didattica, nacque come uno dei primi tentativi di fare una valutazione dei candidati a fare questo lavoro, a fare quel lavoro, peraltro, l’analisi della psicoanalisi.

Il che ci sta. Ci sta perché dobbiamo poter valutare chi fa questo lavoro, no?

Nella nostra Scuola di Specializzazione facciamo un colloquio di selezione e durante i quattro anni, se ci rendiamo conto che c’è qualcosa che non va, ci confrontiamo con lo studente.

Eventualmente se lo reputiamo necessario gli possiamo anche suggerire di fare un percorso terapeutico, ovviamente non con noi e con i nostri docenti perché da regolamento del MIUR è illegale e non si fa.

Però il punto è che la valutazione è importante, ed è questo il punto!

La valutazione del futuro terapeuta è importante ma non è detto che l’analisi personale sia la forma di valutazione migliore o unica.

Poi però ci sono altre due cose che devi considerare:
la prima è che negli anni l’idea di analisi personale si è ingrossata.

Considera che grandi nomi, come il grande Michael Balint, presero quella proposta iniziale di Jung, quella palla di neve lanciata da Jung, e poi addirittura ridimensionata, abbiamo visto, da Freud per farla scorrere giù ancora più velocemente e farla diventare una valanga insormontabile.

Questo per dire, perché ho citato Balint?

Per dire che tanti nomi fecero dell’analisi personale, come un po’ una spugna che assorbì tante teorie tante idee sul perché bisogna osservarla, su come farla eccetera, da diventare qualcosa di molto più grande e molto diverso da quello che era originariamente.

E divenne questa massa integrata e anche un po’ inconsapevole perché tante persone, ma anche tanti psicologi, pensano che vada fatta senza sapere realmente perché vada fatta.

Tanto su questo punto gli autori dell’articolo, Innamorati e Sarracino che ho citato all’inizio, fanno un’osservazione intelligente

Peraltro gli autori dell’articolo che ho citato prima, Innamorati e Sarracino, fanno una riflessione fondamentale: non è stato affatto dimostrato che l’analisi personale aiuti a migliorare l’efficacia del terapeuta o a ridurre i rischi della terapia.

Mi permetto, in realtà, di aggiungere una cosa su questo.

Studi degli ultimi 30 anni hanno ampiamente dimostrato che la terapia personale non aiuta ad aumentare l’efficacia della terapia.

Vi dico poi, e sto per concludere, che c’è un secondo punto che risponde a questa domanda: perché l’analisi personale non è necessaria per tutti gli psicoterapeuti?

Al di là del fatto che, come detto, non aumenta l’efficacia dello psicoterapeuta, non dobbiamo scordarci che l’analisi personale nasce all’interno di un preciso ambito teorico con delle sue, un suo vocabolario, delle sue idee, dei suoi costrutti come transfer, controtransfer, conflitto inconscio, e qui c’è un ma: il ma è che se leggi, per esempio, libri di Terapie Brevi queste tre parole, transfer controtransfer e conflitto inconscio, non le troverai mai scritte, mai.

Perché? Perché sono costrutti teorici, cioè concetti che attingono ad altre teorie, ad altri sistemi teorici.

È lo stesso motivo per cui, ad esempio, in un testo psicoanalitico non trovi il costrutto di tentata soluzione disfunzionale o la tecnica della miracle question.

Quindi, concludendo, dobbiamo farla o no l’analisi personale?

Nel mio video “Lo psicologo deve andare dallo psicologo” do una mia idea al riguardo, però qui invece concludo con una nota: non dovremmo farla perché va fatta, ma dovremmo chiederci se, come e quando va fatta.

In altre parole dovremmo considerare la necessità di fare questo tipo di analisi seguendo una valutazione strettamente…

…personale.

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