Chi lo dice che la psicosi non si può trattare con la Terapia Breve?

Per di più in Italia, dove la scuola di Milano, capeggiata dalla grande Mara Selvini Palazzoli, fece dei lavori pioneristici in questo senso che, anche grazie a contributi successivi di Boscolo e Cecchin, si diffusero in tutto il mondo, fecero scuola in tutto il mondo.

E raccontiamo una storia al riguardo: è la storia di un adolescente psicotica con due sorelle molto più grandi di lei e con una coalizzazione segreta con una di esse e con il padre.

Perché la coalizzazione?

Perché dovevano punire in un certo qual modo la madre che da sempre aveva una relazione privilegiata d’amore con la sorella maggiore, Bianca.

Grazie a questa coalizzazione e grazie ai suoi comportamenti psicotici, la sorellina minore aveva persino indotto Bianca a lasciare la casa, andarsene via.

Ma ecco cosa fece il gruppo di Milano: disse che la malata non era la sorellina, era proprio Bianca.

In effetti quella era proprio triste e sconsolata perché se ne era andata di casa, era stata costretta a vivere con gli zii, non sprizzava gioia da tutti i pori.

Ma il punto era un altro: i terapeuti lodarono la sensibilità e il sacrificio della sorellina più piccola.

Dissero, infatti, di aver ben capito che il suo comportamento psicotico era servito, sebbene con scarso successo, a spingere Bianca verso l’autonomia, dato che ormai aveva anche 28 anni.

Ecco un primo cambiamento nella credenza familiare: non è la sorellina psicotica ad essere malata, è Bianca.

Non è la carnefice ad essere malata, è la vittima apparente.

Ma, benché già questo cambiamento di credenze porta dei cambiamenti di interazioni e anche dei cambiamenti sintomatici, la storia non finì qui.

Nelle sedute successive i terapeuti dissero che nemmeno Bianca era veramente malata.

Era anche lei fin troppo sensibile, dissero, e si era lasciata troppo coinvolgere dalle lamentele drammatiche che la madre faceva con lei sfogandosi rispetto alla sua relazione con il padre.

Bianca, secondo i terapeuti, aveva creduto così che la madre avesse talmente tanto bisogno di lei per instaurare questo rapporto simbiotico.

Eppure, continuavano i terapeuti, non sembrava loro che la madre avesse davvero bisogno di questo tipo di rapporto simbiotico, anzi sembrava loro che la madre volesse spingere anche lei verso l’autonomia di Bianca, e la madre confermò.

Notate come un cambiamento della punteggiatura della sequenza di eventi cambia tutti i significati: Bianca non se ne va perché la sorellina è psicotica, la sorellina è psicotica affinché Bianca se ne vada.

E Bianca non deve rimanere perché la madre è infelice, la madre è infelice perché Bianca vuole rimanere.

Siamo partiti da una connotazione positiva “il tuo comportamento è utile e lodevole”, per andare a ridefinire tutto ciò che avviene all’interno della famiglia.

Questo, aggiungono gli autori, portò ad una ridefinizione ultima: a questo punto, infatti, o la sorellina e la sorella e il padre con cui erano coalizzati, la mamma e Bianca erano tutti a quel punto malati, perché tutti persi nel cercare di fare qualcosa per fare qualcos’altro….un casino, o di malati qui non ce n’era nessuno.

La nuova significazione si risolse in quest’ultimo modo, e infatti gli autori spiegano come quella della connotazione positiva fu, ed è in generale, una tattica utile e intermedia.

Sì, perché a quel punto si poté andare a risolvere non la psicosi di una persona ma il gioco psicotico e le interazioni che lo mantenevano tra i vari membri, e ristabilire così delle comunicazioni che fossero davvero più sane…

…e realmente positive.

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