Ma la realtà oggettiva esiste?

Aspetta, non liquidare subito il video se sei uno psicologo perché, in realtà, questa domanda ha un’importanza fondamentale per la tua clinica.

Te lo dimostro subito: se la realtà oggettiva non esistesse avrebbe senso parlare di disturbi specifici, cioè oggettivamente dati?

E se non ha senso, ha senso parlare di interventi specifici per specifici problemi?,

D’altronde, se non ci fosse una realtà oggettiva, che è sempre valida, ma esistesse una realtà mutevole allora non avrebbe senso creare degli interventi specifici, ma dovrebbero variare di volta in volta.

“Flà, a me non me ne frega niente di filosofia. Io applico la mia tecnica e funziona, stop.” dirà il collega pragmatico.

Ma ci sono due problemi.

Il primo è sorto quando mi sono interessato di un argomento particolare: la percezione di efficacia degli psicoterapeuti.

Ci sono tutta una serie di studi che vanno a indagare quanto i terapeuti si percepiscano efficaci e quanto effettivamente lo siano.

Ecco, mi spiace: la brutta notizia è che noi tendiamo a percepirci più efficaci di quello che siamo, tendiamo a pensare di risolvere molti, e sottolineo molti, più casi di quelli che in effetti risolviamo.

“Sarà,” dirà il collega scettico, “ma io so di essere piuttosto efficace.”

Ecco, purtroppo una serie di altri studi mostra proprio che noi tendiamo a percepirci più efficaci della media dei nostri colleghi: ma di tanto eh!

Cioè mediamente gli psicologi, ma anche gli psichiatri, medici e diverse categorie professionali della salute mentale, pensano di essere più efficaci della media dei loro colleghi quando in realtà non lo sono.

“Sarà,” ribatterà il collega scettico, “ma io so di essere più efficace della med… ah”.

Esatto! L’unico modo per capire quanto sei efficace è quello di misurare oggettivamente, oggettivamente e non ad occhio, i tuoi risultati.

Ma questo è un altro campo di cui mi sto interessando da ormai un po’ di tempo e magari ne parlerò in altri video.

C’è, infatti, il secondo problema: il collega pragmatico pensa che dopotutto lui applica il suo metodo, quello funziona e per il resto tanti saluti.

Ma oltre ad aver visto che dovrebbe dubitare della certezza di essere efficace, come pensa con l’occhio di essere, c’è un’altra questione che dovrebbe tenere in considerazione: l’efficacia della psicoterapia ha grandi margini di miglioramento, che significa che c’è una gran parte di casi in cui il modello non è efficace.

Ora, fammi fare due rapidi commenti: il primo è che questo sembra essere vero per tutti i modelli, quindi non ce n’è uno migliore degli altri per quanto riguarda l’efficacia; il secondo è che questo vale anche per la medicina.

Lo dico per amore di chiarezza: molte persone, molti medici e anche molti psicologi tendono a pensare che, in generale, la medicina sia più efficace della psicoterapia, considerando quest’ultima una sorellina meno abile della prima.

Ecco, non è così!

Un’altra serie di studi ha mostrato che la psicoterapia, spesso, è molto più efficace di tutta una serie di pratiche mediche consolidate.

Magari anche di questo parlerò in altri video, ma il succo di questo video è che, pur essendo molto efficace, la psicoterapia ha ampi margini di miglioramento.

E cosa c’entra la realtà?

Alessandro Salvini parla di tre tipi di realismo: innanzitutto c’è il realismo ingenuo o monista.

Il realista ingenuo pensa che la realtà sia così come appare, insomma roba da positivismo classico.

Basta una singola prova per confutarla: i colori non esistono.

Esistono le radiazioni elettromagnetiche.

Ed esistono degli organi di senso, gli occhi, che ne percepiscono le lunghezze d’onda.

Ed esistono occhi diversi che percepiscono le stesse radiazioni in modo diverso, ed è il motivo per cui gli esseri umani, i gatti, i pesci e i ragni percepiscono i colori in modo diverso.

È meglio dire che percepiscono quello che noi chiamiamo colore in modo diverso.

C’è poi il realismo ipotetico.

Secondo il realista ipotetico una realtà oggettiva c’è, ma è inconoscibile: cioè non possiamo mai arrivare a sapere com’è “veramente”.

Ad esempio, come essere umani siamo “costretti” a vedere quelli che noi abbiamo chiamato “colori” proprio per via dei limiti dei nostri organi di senso visivo, gli occhi.

Così, per conoscere la realtà, elaboriamo delle teorie che sono degli schemi conoscitivi, come direbbe Raffaele Panza, che non ti dicono come stanno le cose “veramente”: no, non te lo dicono perché sono dei modelli, delle metafore per usare le parole di De Shazer, che cercano di spiegare la realtà.

E infine c’è il realismo concettuale.

Secondo questa prospettiva la realtà non è altro che una costruzione socio-culturale, trasmessa e oggettivata attraverso il linguaggio.

Se ci pensi oggi noi parliamo di disturbi di personalità borderline, di ADHD, ma queste cose non esistevano un secolo fa, non esistevano nel nostro linguaggio: quando ero bambino io, c’erano i ragazzini vivaci, oggi sono quelli “iperattivi”, e benché i miei coetanei e adulti di oggi, che erano i bambini vivaci di ieri, non vivono una vita di pene e sofferenze, i bambini iperattivi di oggi vengono mandati dallo psicologo o dal neuropsichiatra infantile.

Ho un po’ estremizzato, manco troppo in realtà, ma il concetto é che, secondo il realismo concettuale, il linguaggio, il modo in cui parliamo della realtà, non la riflette: la produce.

Ok, ho finito! Ma volevi sapere altro?

Ah, volevi sapere che cosa te ne frega a te di tutto questo come psicologo?

Non lo so, ma magari adesso davvero inizierai a vedere il mondo…

…sotto nuovi colori.

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