Il famoso psichiatra Milton Erickson, che rivoluzionò l’ipnosi e la psicoterapia, aveva una figlia, la più grande di tutti, Carol Erickson, e questo…è un suo caso.

Venne da lei uno studente molto meticoloso, Edward, che stava finendo il dottorato e aveva un problema molto comune: non riusciva a terminare la tesi.

Il guaio era che proprio l’eccessiva meticolosità di Edward lo aveva portato a non riuscire a finire il lavoro: ci sarebbero sempre potuti essere degli errori, delle inesattezze, qualcosa di sbagliato, che non avrebbero reso il compito perfetto.

Edward era paralizzato, non riusciva più a prendere la penna in mano: mancavano soltanto pochi mesi alla data della consegna aveva scritto solo due capitoli su cinque.

Carol ascoltò attentamente il ragazzo e disse che gli sarebbe potuto essere di aiuto, ma soltanto a una condizione: che gli avrebbe dato dei compiti e lui li avrebbe dovuti eseguire alla lettera.

Edward, che si sentiva disperato, accettò.

Carol gli disse che, prima della seduta successiva, sarebbe dovuto andare in un grande parcheggio con la sua macchina, dove avrebbe dovuto posteggiarla: ma avrebbe dovuto farlo mettendola “per lungo”, di traverso, in modo da occupare tre parcheggi contemporaneamente.

Edward protestò animatamente, ma Carol gli ricordò il loro patto.

Alla seduta successiva il ragazzo dichiarò di aver fatto il compito, e di essersi sentito veramente a disagio.

Carol annuì e non commentò.

Gli disse solamente quale sarebbe stata la sua successiva richiesta: avrebbe dovuto di nuovo parcheggiare, stavolta accanto a un parchimetro scaduto, avrebbe dovuto attendere il vigile e avrebbe dovuto confessargli che il tempo in effetti era scaduto.

“Ma così prenderò una multa!” protestò Edward.

Ma Carol, ancora una volta, gli ricordò il loro patto ed Edward fu costretto ad accettare.

Alla seduta successiva disse di aver fatto il compito e di aver preso la multa.

Discussero di quelle cose, anche di quanto potesse poi essere mai così terribile parcheggiare accanto ad un parchimetro scaduto e andarono avanti.

Carol chiese allora un terzo compito: pagare più del previsto all’interno di un negozio di prodotti alimentari.

Edward fece anche quello e Carol a quel punto, alla seduta successiva, fece la sua ultima richiesta: “Se entro la prossima seduta non avrai finito almeno un altro capitolo, mi dovrai dare 400 dollari”:

“Ma non è giusto!” rispose Edward.

“Forse.” rispose Carol, “Ma dobbiamo fare ciò che dobbiamo fare.” commentò.

Quando tornò alla seduta successiva, Carol gli chiese come era andata: “Ho completato il capitolo” disse Edward “non avrai nessun soldo extra da me!”

Attraverso questi esercizi Edward aveva sviluppato una nuova consapevolezza e si sentiva libero di poter proseguire la sua tesi, anche se non fosse stata completamente perfetta, anche se ci fosse stato qualcosa di errato.

Conseguì il dottorato in breve tempo, divenne un accademico della propria università, e si sposò senza che il suo perfezionismo lo bloccasse più.

Il caso è interessante per tanti motivi.

In particolare mostra una caratteristica specifica di tante Terapie Brevi, in particolare di quella strategica: l’uso dell’esperienza come motore primo del cambiamento.

Carol Erickson non iniziò con confutare le credenze errate di Edward: le abbatté facendogli fare delle esperienze pensate per sovvertire la sua credenza, il suo bisogno di fare tutto “giusto”, senza nessun errore.

Una sottile particolarità sta nell’ordine dei compiti: prima un parcheggio sbagliato che non comporta gravi problematiche, se non una sensazione di disagio; poi un altro parcheggio sbagliato, che però comporta una piccola sanzione su cui la terapeuta andrà a intervenire per ridimensionarne la portata; infine un compito dove è Edward che, andando a dare più soldi del previsto al commesso di negozio di alimentari, va a fare volontariamente qualcosa di dannoso, e svantaggioso, e sbagliato per lui.

Non solo questo crescendo servirà per sopportare meglio l’ultimo compito, che sarà calzato finalmente sul problema reale di Edward, ma sarà anche il coronamento di uno “Yes Set”, o campo affermativo.

Milton Erickson utilizzava il campo affermativo sia in forme più complesse come questa che abbiamo appena visto, sia in forme più semplici: la sostanza è far dire alla persona una serie di piccoli “Si” consecutivi, in modo tale che poi sia più probabile che dedica un “Sì” più grande a una cosa successiva che viene dopo questi piccoli “Si”, e che è più gravosa per lei.

Carol qui l’ha utilizzato attraverso i compiti: dire di “Sì” ai compiti precedenti, accettando di farli, mettendoli in alto, ha fatto sì che Edward potesse poi più facilmente a dire di “Sì”, e sopportare di dire di “Si” e di mettere in atto l’ultimo compito, che era quello che era pensato veramente per il suo problema.

A questo, ovviamente, si è aggiunto anche un effetto di desensibilizzazione a il “fare le cose fatte male” attraverso i tre compiti precedenti, e dall’altro il compito era anche un’ordalia, che se vuoi approfondirne l’uso in psicoterapia lo puoi fare attraverso il mio video, si chiama proprio “L’ordalia in psicoterapia”.

Insomma bellissimo caso da studiare veramente nel dettaglio e che ci insegna come spesso di fronte a dei grandi problemi basta cominciare…

…con un piccolo “Sì”.

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