“Ma la resistenza non era morta?”

Il mio terzo video, quando ho iniziato a fare questi video, si chiama proprio “La morte della resistenza” e andava ad esplorare questo concetto di de Shazer che trovo tuttora molto valido e che uso nella mia pratica.

Non lo so perché l’ho fatto in siciliano, un tributo a Gioele e Sharon.

Tuttavia il concetto di resistenza, anche se è morta secondo De Shazer, non è mica da buttare via. Innanzitutto è un concetto basato su un’osservazione più generale: qualunque sistema omeostatico, cioè capace di attivarsi potremmo dire per mantenere lo status quo, tende a mantenere lo status quo.

Questo, usando un vocabolario più proprio della psicologia sistemica, ha portato a trasporre il concetto di omeostasi anche all’interno del setting terapeutico, agganciandosi al concetto, appunto, di “resistenza al cambiamento”: tu cerchi di cambiarmi ma io resisto.
Senza necessariamente scomodare le spiegazioni psicodinamiche, che già da prima avevano elaborato il costrutto di resistenza al cambiamento con Freud si resiste al cambiamento perché sostanzialmente è ciò che fa naturalmente un organismo vivente per vivere e sopravvivere.

Ma De Shazer non negò questo, non negò la resistenza al cambiamento e il principio omeostatico dei sistemi aperti: disse semplicemente che era un fatto talmente ovvio, talmente scontato che non necessitava di spiegazioni né di manovre per aggirare questa resistenza al cambiamento.

Era meglio, secondo il padre della Terapia Breve Centrata sulla Soluzione, considerarlo come un modo, una comunicazione della persona, di dire “Io non posso collaborare così con te. Questa cosa che mi chiedi di fare o la direzione in cui stai cercando di portarmi non va bene per me, non non posso farlo” e quindi trovare un altro modo di conseguenza per collaborare con il paziente.

Rimandando al video sulla morte della resistenza un approfondimento di questo concerto e, ovviamente, agli articoli di de Shazer che dovreste leggervi, qui invece cerchiamo di far rientrare la resistenza dalla finestra. Sì, perché i costrutti non è che sono veri o falsi, non è che hanno una realtà ontologica in sé che li deve giustificare: ciò che deve giustificarli invece è il loro uso, o detto in altri modi loro valore pragmatico. In parole povere se il costrutto di De Shazer di collaborazione ti è utile, bene usalo!

Ma se invece con un’altra persona, invece, ti è più utile il costrutto di resistenza e le manovre e gli interventi che ne conseguono, bene allora usa quello. Questo fa parte della mia idea di vedere le teorie come strumenti che sono utili, in quanto tali, in certe occasioni per certe cose, e inutili in altre occasioni per certe altre come insegniamo nella nostra Scuola di Specializzazione in Psicoterapie Brevi Sistemico Strategiche, e come abbiamo anche scritto nel libro, che sta in uscita ormai adesso, “Terapia Breve Centrata sulla Soluzione”.

Ma come possiamo usare il costrutto di resistenza in modo vantaggioso?

Ecco, una classificazione che mi è sempre piaciuta tanto è quella che Nardone fa all’interno della curatela “Terapia Breve Strategica”, che Watzlawick e lui hanno scritto, che in realtà ha dentro anche tanti contributi di terapeuti non strettamente strategici, ma comunque è un ottimo libro, uno dei miei preferiti assolutamente di Terapia Breve. Nardone fa una classificazione di quattro tipi di persone, potremmo dire di resistenze, verso le quali dà delle indicazioni di come agire durante la terapia. Adesso le vediamo e ci sono anche alcune mie considerazioni.

La prima categoria in realtà è l’unica in cui non c’è alcuna forma di resistenza infatti si chiama collaborazione, la persona collaborativa. In queste situazioni la persona non è oppositiva, è altamente motivata, sente di essere in grado di poter collaborare per l’appunto e di poter mettere in atto ciò che viene richiesto durante la terapia.

In questo caso non c’è bisogno di fare nulla di sofisticato: la persona generalmente segue quello che le diciamo e il nostro ruolo si trova, più che altro, nel fare in modo di trovare delle modalità di intervento che si confacciano il più possibile alle sue risorse interne ed esterne. Infatti non pensare che se la persona è collaborativa allora farà tutto ciò che le chiedi: lo farà se ciò che le chiedi ha senso per lei, se è in grado di farlo, quindi tieni in considerazione quello che può fare, le sue risorse, il suo sistema rappresentazionale. La seconda forma di esistenza, che è la prima vera e propria, è quella delle persone “vorrei ma non posso”, tipica di chi soffre di alcune problematiche d’ansia: è quella in cui la persona è molto motivata a cambiare, però non si sente in grado di poterlo fare, non si sente in grado di poter mettere in atto una serie di azioni, comportamenti, fatti proprio per riuscire ad uscire fuori dal suo problema.

Pensa per esempio la fobia, una fobia specifica, una fobia dei serpenti o fobia dei piccioni: so che i piccioni non mi fanno niente ma non mi sento in grado di potermi avvicinare ai piccioni, di frequentare certi posti con i piccioni. Nardone suggerisce in questo caso di utilizzare principalmente, non esclusivamente ovviamente, quei tipi di interventi che nel mio studio sulle nove logiche sono classificati all’interno della logica “spostare l’attenzione”. In generale: se una persona ritiene di non essere in grado di fare X, la cosa migliore da fare è quella di aiutarla facendole fare un’altra cosa che in realtà la porterà X.

Non è l’unica strategia, ovviamente: se si ritiene di non poter fare una cosa si può anche pensare di ridurla in termini più piccoli, in micro obiettivi. D’altronde una montagna di 2000 metri ci sembra molto più affrontabile se ci viene chiesto risalirla 50 metri alla volta. La terza categoria è quella dell’opposizione: rientrano qui, appunto, gli oppositivi, cioè persone che si oppongono modo diretto o indiretto alla terapia o che la squalificano.

Non pensiamo soltanto al classico adolescente che è lì davanti a noi in terapia soltanto perché i genitori lo hanno costretto a venire, ci sono molte persone che vengono volontariamente, ma che pensano che il prezzo da pagare per il cambiamento desiderato sia realtà troppo alto. È il caso di colui che ritiene che le cose per lui non potranno veramente cambiare, oppure di chi segue le prescrizioni con scarsa convinzione o di chi squalifica o minimizza costantemente ed eccessivamente i risultati della terapia.

In questo caso una buona strategia è sicuramente quella di prescrivere la resistenza: “forse hai ragione, forse sei destinata a rimanere così come sei”, oppure “forse hai ragione, forse non sono il terapeuta adatto e dovremmo interrompere la terapia, dovresti cercare qualcun altro”, o ancora “forse devi continuano a stare un pochino male prima di poter riuscire a migliorare”. Ecco, queste sono delle frasi, che ovviamente vanno contestualizzate, che fanno parte, danno un’idea degli esempi di come si può prescrivere l’opposizione.

E prescrivere poi ciò che la persona ritiene come problematico, può arrivare ovviamente fino a prescrivere veramente il comportamento: se la persona è squalificante, le si può dire di continuare ad esserlo in modo diretto, proprio perché questo ci sarà molto di aiuto per aiutarla a risolvere il problema. La logica sottostante, detto in parole povere, è che se resisti alla terapia e io ti chiedo di continuare a resistere, allora per resistere dovrei smettere di resistere. È molto utile, ma anche piuttosto sofisticata come modalità d’azione quindi richiede un certo allenamento.

Noi nella nostra scuola di specializzazione facciamo tanti esercizi proprio anche per sviluppare delle competenze come queste, e quindi se la vuoi mettere in atto allenati, allenati, allenati. E, infine, c’è una quarta resistenza, che vera e propria resistenza non è, che è quella delle persone che sono impossibilitate a collaborare: si parla ad esempio di psicosi, o di persone con limitazioni tipo cognitivo per esempio. Si capisce qui, ovviamente, perché non possiamo parlare di vere e proprie resistenze, non in tutti i casi quantomeno, però, anche in queste due tipologie molto diverse di casi che ho esemplificato, si fanno delle cose, una cosa che sostanzialmente è la stessa anche se diversa.

La cosa, la logica, è quella di entrare all’interno della logica per l’appunto della persona nel modo, nel sistema rappresentazionale della persona, per andare proporre di cambiamenti.

Ovviamente nel caso della psicosi, per esempio, significa contro delirare, cioè utilizzare i delirio della persona per andare proprio a creare dei dubbi, dei danni strutturali al delirio stesso, e potremmo dire in modo da sovvertirlo e farlo cadere su se stesso. Non è una cosa per niente semplice, quindi magari ci facciamo un altro video.

Nel caso delle limitazioni cognitive non c’è un bel nulla da sovvertire ma, in ogni caso, bisogna entrare all’interno del modo in cui la persona funziona: lo scopo sarà quello di costruire dei significati e dei comportamenti, cosa che in realtà dovremmo fare con tutti i clienti ma in particolare con questi, costruire significati e comportamenti che si adattino molto bene al suo modo di funzionare.

Insomma, panoramica veloce nonostante il video sia più lungo della media ma d’altronde ci troviamo di fronte ad un argomento tosto e pieno di complicazioni o, per dirla in altro modo, questo è un argomento…

…davvero resistente!

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