Le tentate soluzioni disfunzionali sono un costrutto elaborato all’interno del Brief Therapy Center di Palo Alto.

Ci ho già fatto alcuni video, ad esempio “Blocca le soluzioni del cliente in terapia breve”, però è un concetto su cui dovresti fare attenzione.
In estrema sintesi, l’idea, partita originariamente da John Weakland, è piuttosto semplice: di fronte a un problema cosa fai? Cerchi di risolverlo.
Ad esempio: se tuo figlio si comporta male potresti cercare di spiegargli che cosa non va, che cosa non funziona, oppure se sei in ansia potresti cercare di calmarti, di rilassati, o se un tuo parente delira potresti cercare di riportarlo a un ragionamento razionale.

Tuttavia non tutte le soluzioni tentate funzionano.

Tuo figlio potrebbe continuare a comportarsi male, l’ansia potrebbe rimanere invariata, e il tuo parente potrebbe continuare nei suoi deliri.
Non solo, le soluzioni potrebbero infatti anche perpetuare il problema, mantenerlo o addirittura peggiorarlo: tuo figlio potrebbe continuare a comportarsi male, addirittura alzare il tiro, perché tanto ha imparato che al massimo riceverà una “lezione” di educazione civica.

Cercare di calmarti, monitorando le tue reazioni fisiche, potrebbe sfociare in un attacco di panico, e il familiare delirante, a fronte di strenui tentativi di riportarlo alla ragione, potrebbe finire per diventare anche aggressivo.

Ovviamente sto generalizzando ma il concetto è chiaro: Weakland e colleghi scoprirono che le soluzioni tentate per risolvere un problema possono finire per mantenerlo in vita o addirittura peggiorarlo.
Lo scopo della loro terapia, la terapia breve modello MRI, poi conosciuto anche come “terapia strategica”, in sostanza era questo: quello di bloccare le tentate soluzioni del paziente o di sostituirle con altri comportamenti.

E a noi che ce ne frega?

Ce ne frega perché il costrutto si rivelò decisamente vincente. Giorgio Nardone iniziò il suo viaggio nelle terapie brevi studiando le epistemologie di diverse forme di psicoterapia allora esistenti, e trovò quella del modello di terapia breve MRI la più convincente. Personalmente sono d’accordo e, seppur non ho mai letto i risultati a cui è giunta, però ho avuto degli scambi e ho studiato anche con lui, quindi un’idea me la sono fatta del perché, è facile in realtà poter intuire perché ha considerato quel modello epistemologico il più vincente. Seguimi un attimo: nella scienza si tende a privilegiare le teorie più semplici, significa che se due teorie spiegano ugualmente lo stesso fenomeno o conducono ugualmente allo stesso risultato quella che si tende a privilegiare è quella più semplice.

Puoi capire allora perché, secondo me, il modello MRI è epistemologicamente convincente. Se l’ipotesi principale è che ciò che mantiene i problemi sono dei comportamenti osservabili direttamente o nelle loro manifestazioni, quando per esempio parliamo di utilizzo del pensiero, e che ciò che bisogna fare per risolvere quei problemi è proprio bloccare quei comportamenti direttamente osservabili, beh la teoria è piuttosto semplice. Oh, naturalmente la terapia strategica non è tutto qui: lavorare sui significati, saper aggirare le resistenze, produrre delle emozioni correttive, considerare la teoria personale del soggetto più vera di qualunque teoria che possa arrivare da un sistema normativo, di spiegazione di come funziona l’umano, insomma queste cose ci dicono che c’è dietro molto sulla terapia strategica, e chi la studia ne è consapevole.

Tuttavia il perno fondamentale in tutti gli interventi di terapia strategica rimane quello: bloccare le tentate soluzioni.

Ora, arriviamo al perché ci interessa questa cosa come psicoterapeuti to cure: ci interessa perché questo costrutto è altamente trasversale. Se non volessimo scomodare alcune concezioni comportamentiste e cognitiviste che, a volte in modo leggermente diverso e a mio parere anche un po’ più complicato, fanno anche qualcosa di simile a questo e se volessimo rimanere soltanto nell’ambito delle terapie brevi, bene, possiamo notare che in diverse terapie brevi questo concetto di andare a bloccare le tentate soluzioni è effettivamente presente, trasversale a tutte esse. In realtà è una cosa talmente ovvia che quasi mi imbarazza dirla. Infatti, nel mio studio sulle nove logiche, ho visto che c’era in tutte le terapie brevi che ho analizzato un lavoro comune: una serie di interventi sono tesi proprio a bloccare in modo diretto, o anche indiretto, i comportamenti disfunzionali.

Ovviamente “comportamenti disfunzionali” è una classe superiore che al suo interno ha anche le tentate soluzioni disfunzionali.  Ma, in generale, il punto è lo stesso: che un comportamento sia stato, o meno, attuato originariamente per cercare di risolvere il problema, o anche no, il fatto è che bloccare ciò che non funziona, funziona. E naturalmente può essere fatto con facilità all’interno praticamente di qualunque approccio, l’unico limite sarebbero delle concezioni teoriche che ci dicono che farlo è sbagliato. Per esempio, teorie che ci dicono che non possiamo intervenire direttamente sui comportamenti del cliente perché altrimenti succede, non lo so, qualcosa di malvagio; o teorie che ci dicono che prima di poter far ciò dobbiamo attendere un certo grado di maturità dell’io, o cose di questo genere. Però ci sono delle ragioni dietro questo tipo di teoria, non è che sono inventate così, e alcune anche di tipo etico, per esempio soprattutto quando parliamo di andare a bloccare direttamente certi comportamenti, ce le dobbiamo porre.

Però, mettendo da parte questioni etiche che al netto delle quali non si dovrebbe neanche pensare di far psicoterapia, a me restano dei dubbi. Restano dei dubbi sul perché non dovremmo applicarlo, perché io proprio mi chiedo: perché se altre terapie fanno questa cosa e non fanno niente di malvagio nei loro clienti, i loro i pazienti che vanno in questa terapia non esplodono, non hanno nulla di male anzi traggono dei benefici, ecco perché non dovrei fare anch’io la stessa cosa? Lungi da me dal voler promuovere un nuovo ecletticismo che, abbiamo già visto negli anni 90, ha fallito la sua idea, quello che ti può tornare utile è che sapere che una cosa fatta per cercare di risolvere un problema, e in realtà può mantenerlo, e sapere che se tu vai a identificarlo puoi bloccarlo e trarne, farne trarre, un beneficio al tuo cliente, e non so perché ho usato questa intonazione, però insomma ti torna utile. Torna utile perché a quel punto, quando avrai identificato questi comportamenti disfunzionali to cure, ancora più nello specifico, queste tentate soluzioni disfunzionali, potrai pensare appunto come bloccarle: potrai chiedere direttamente al tuo cliente di provare a bloccarle, non è impossibile, oppure potrai elaborare delle strategie, con lui o solo e poi da proporglieli come esercizio o homework, per andare a bloccarle appunto.

È un inizio ma è un buon inizio, specialmente quando ti trovi di fronte a una terapia a bloccata, paradossalmente che non sta andando avanti, d’altra parte, come ben sappiamo, se una cosa non è parte della soluzione…

…probabilmente è parte del problema.

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