Una delle domande che mi sento rivolgere più spesso è: “Ma la terapia breve è adatta per i casi più gravi?”

Il che è già un passo in avanti, perché spesso mi sento rivolgere l’affermazione: “Ma la terapia breve non è adatta ai casi più gravi!”

Perché?

No, seriamente, perché?

Ci sono solo due tipi di risposte che puoi dare: la prima è “Perché non ci sono studi scientifici che lo dimostrano”, che è falsa. Le Terapie Brevi portano fin dalla nascita studi scientifici, empirici e sperimentali, che ne dimostrano l’efficacia. Forse non portano la stessa quantità, e non è neanche detto, che portano alcuni, un paio di altri approcci, ma, come già detto altre volte, è una mera questione di quantità.

Il fatto che un modello sia convalidato da un numero di studi superiore rispetto quelli che convalidano un altro approccio, non può essere preso come elemento univoco determinante o esclusivo della sua superiorità.

E, ribadito ancora una volta questo punto, ritorno su quanto appena detto: le Terapie Brevi portano, fin dalla loro nascita, studi scientifici, empirici e sperimentali, che dimostrano la loro efficacia. Anche con i casi gravi. Anzi, come dirò in un altro video, le Terapie Brevi sono nate proprio per il trattamento dei casi gravi.

E se pensiamo agli studi sulla schizofrenia e le psicosi della Scuola di Palo Alto e del Mental Research Institute, al lavoro con le anoressiche e con gli psicotici fatti dal gruppo di Milano, o al lavoro, gli studi, gli scritti sulle dipendenze fatte dal Brief Therapy Center di Milwaukee con la Terapia Breve Centrata sulla Soluzione le mani in pasta ci sono da sempre state. “Cambiare l’immutabile”, il cui titolo originale è “Terapia Breve per i casi difficili;

“Terapia Breve Centrata sulla Soluzione con i pazienti a lungo termine nei servizi di salute mentale”, che parla anche
di borderline e psicotici; “Quando bere diventa un problema”, è un libro di Terapia Centrata sulla Soluzione il cui titolo originale è “Lavorare con i pazienti alcolisti problematici”; e poi altri libri come “Brief Therapy Intervention with psychotic disorders”.

Insomma, il materiale c’è. Addirittura a Michael Hoyt e Monte Bobele
hanno pubblicato un libro, loro sono due Terapeuti Brevi di vecchia data, “Creative Therapy in Challenging Situations” dove ci sono tutta una serie di capitoli trattati da terapeuti diversi che hanno avuto a che fare con casi difficili, tra cui c’è anche un capitolo mio.

Sostenere, poi, che le Terapie Brevi debbano aumentare la quantità e la qualità dei loro studi, che per amor di chiarezza ci sono e sono sia qualitativamente che quantitativamente

significativi e non indifferenti, mi trova d’accordo. Se la prima risposta, cioè “Non ci sono studi scientifici che dimostrano l’efficacia di Terapie Brevi con disturbi gravi”, è falsa,
la seconda risposta che puoi dare è: “Un intervento breve non è adatto ai casi più gravi”. Soprassedendo, ovviamente, a una definizione più puntuale di casi gravi e immaginando che stia parlando di situazioni e categorie diagnostiche come psicosi, disturbi di personalità,tossicodipendenze, borderline, e via dicendo, ecco quest’idea che un intervento di breve durata non sia sufficiente o efficace per questo tipo di problematiche è un’idea.

“Di Dio ci fidiamo, tutti gli altri devono portarci dei dati”, come sosteneva il manager e ingegnere Edward Deming.

E se sui dati, come detto, ci siamo, tutto il resto sono opinioni. Peraltro infondate: per i problemi più gravi bisogna andare nell’inconscio? Un’opinione. Occorre risalire alle cause? Un’opinione. Il cambiamento passa per un lavoro che tenga in considerazione costrutti teorici chiamati schemi, copioni, metacognizioni e transfert?
Un’opinione.

Persino le teorie sullo squilibrio dei neurotrasmettitori come causa principale della depressione sono un’opinione tutta da verificare, o meglio ancora non sufficientemente verificata, come dice la stessa British Psycological Society in un documento che vi linko nei commenti alla descrizione di Youtube. Il punto è che ci troviamo ancora, e probabilmente ci troveremo per un lungo tempo, in un campo in cui delle certezze come quelle che si hanno, spesso non sempre, all’interno della medicina non ci sono ancora.

Ed è questo uno dei motivi per cui utilizzare il modello medico come riferimento per il fare e il capire la psicoterapia genera tante imprecisioni. La verità è che io non lo so qual è la verità! La verita è che non c’è una verità, e dunque un buon modo di testare le teorie, le idee, e le opinioni è quello di avere un approccio pragmatico.

Se ti viene da dire che le terapie brevi non sono adatte ai casi gravi, inizia a chiederti perché lo stai dicendo. Lo dicevo anche io: ho studiato sette anni analisi junghiana perché volevo diventare uno psicoanalista junghiano, e in più vengo da un’università, La Sapienza, che, almeno quando l’ho frequentata io, aveva una forte impostazione psicodinamica. Mi sembrava impossibile che un problema, specialmente uno grave, potesse essere trattato in poche settimane o mesi.
Tra l’altro a volte è proprio così. Quello, infatti, che se mai ti permette di fare un mindset da Terapia Breve è il fatto di darti la possibilità di pensare che non è sempre così, e magari neanche la maggior parte delle volte.

Quindi alla fine le Terapie Brevi sono adatte ai casi più gravi? Sta a te scoprirlo…

…una volta per tutte.

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