Tommy ha 13 anni e ama dare fuoco alle cose.
Quando Joseph Goldfield lo vede sa che il ragazzino è lì perché pochi giorni prima aveva tentato di dare fuoco alla scuola. Inoltre sa anche che al ragazzo sono state diagnosticate: dislessia, alcune difficoltà nell’apprendimento, e dei deficit nell’organizzazione del linguaggio. Così poco prima della seduta decide di prepararsi.
Sistema nello studio una bacinella colma d’acqua, una pila di fogli, è un pacchetto di fiammiferi. Quando Tommy arriva gli chiede se voglia fare un gioco e il ragazzino ovviamente accetta. Goldfield lo porta davanti alla bacinella d’acqua, gli mette fiammiferi in mano, e gli chiede se sia capace di accenderene uno in un modo sicuro. Tommy risponde di sì e, incitato a mostrare come, accende un fiammifero, lo butta nella bacinella e quello si spegne. Allora il terapeuta prende un foglio, lo arrotola ben bene, lo consegna a Tommy e gli chiede se sa accenderlo sempre in un modo sicuro. No non darò fuoco a questo foglio di carta, però hai capito che cosa succede.
Tommy annuisce, accende il foglio di carta con un fiammifero, e lo getta nella bacinella.
A quel punto golf e gli chiede se può dirgli tutte le persone e i posti che gli piacerebbe vedere andare a fuoco, li trascrive piano piano su un altro foglio di carta, poi fa un doppio check con Tommy rispetto alla lista per assicurarsi che ci siano proprio tutti, e poi dice a Tommy: “sai, è un po come se adesso quelle persone e quei posti fossero su questo foglio”, il ragazzo annuisce d’accordo, e Goldfield gli chiede se conosce un modo per dar fuoco quel foglio in modo sicuro.
Per l’ultima volta Tommy accende un fiammifero, dà fuoco al foglio di carta e lo getta nella bacinella. Quella sarà l’ultima volta che Tommy darà fuoco a qualcosa.
Nelle sedute successive, benché Goldfield gli chieda altre volte se vuole partecipare a quel gioco, Tommy dice che vorrebbe in realtà parlare di altro, ad esempio di quanto gli manchi sua madre che vive dall’altra parte dello stato. Inoltre il terapeuta dichiara che impara a conoscere meglio il ragazzo assecondando il suo desiderio di andare durante l’ora della terapia in sala giochi e parlando con lui mentre giocava a pacman, ovviamente sotto il consenso del supervisore.
I due si vedranno ancora per diversi mesi, Tommy non darà più fuoco a nulla, verrà organizzato anche un incontro con la madre e avranno continui contatti fino a quando Goldfield non se ne andrà da quel lavoro due anni dopo.
Qualcuno dirà al terapeuta che il giorno dopo la sua partenza Tommy sull’autobus accese un cerino, spegnendolo subito dopo, in modo sicuro.
Ci sono almeno due cose che mi sono piaciute di questo caso: la prima sta nei commenti di Joseph Goldfield che diede una spiegazione a coloro che gli chiesero, nel corso degli anni, come mai non avesse utilizzato un approccio più tradizionale con Tommy, teso a fargli narrare, esplicare le sue emozioni, mettendole a parole, e i suoi stati d’animo; cosa che poi fecero nei mesi successivi.
Il terapeuta afferma che lo ritiene un lavoro troppo lento e anche troppo difficile all’inizio per un ragazzino che viveva quelle emozioni e che soprattutto aveva quelle diagnosi di quei grandi problemi a livello di espressione.
Tramite la loro relazione, e tramite un intervento fortemente indiretto, Tommy fu in grado di apprendere molto di più di quanto potesse apprendere attraverso delle spiegazioni analitiche e razionali.
L’altra cosa è invece connessa alla premessa che l’autore fa al caso:
Goldfield si è formato direttamente con Jay Haley e Cloe Madanes che sono i fondatori della terapia strategica familiare, uno degli approcci per altro che insegniamo nella nostra scuola di specializzazione. In più studiò la terapia ericksoniana con due maestri del campo: Jeff Zeig e Stephen Gilligan.
A questi si aggiunsero gli studi di terapia strategica del Mental Research Institute e della terapia breve centrata sulla soluzione, altri due approcci che studiano i nostri studenti.
Tutto questo per dire che l’autore non si improvvisa, anzi detiene una competenza complessa di come gestire situazioni difficili e magari anche rischiose.
C’è molto in un caso come questo, molto che se ne può trarre e molto che, per ragioni di spazio, non ho potuto dire, ma tutto è racchiuso in un profondo studio che aiuta il terapeuta a gestire in. maniera apparentemente semplice una situazione molto complessa, dove se invece ci si improvvisasse sarebbe fin troppo semplice… ..bruciarsi

Sarebbe fin troppo facile… Nooooo!
Sarebbe fin troppo semplice… non accendere un cerino.
Bruciarsi

con questa fiammella qui, però.. ci accontentiamo!

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