Francesca Frascarelli è una collega che si è formata da me in Terapia a Seduta Singola.

Vede una donna, che chiameremo  Antonella, che viene con un problema netto: ha appena scoperto di avere il cancro. Francesca la inquadra subito: una guerriera, una di quelle donne che è capace di tenere testa anche alle situazioni più difficili. Tanto che si domanda, e domanda anche a lei, se abbia veramente bisogno di una psicologa.

E la risposta è: no.

Francesca non molla perché, anche se la donna dichiara di aver sempre trovato da sola una soluzione, c’è un dato di fatto: è che lei è lì. Eppure, proprio la dichiarazione di Antonella, sarà un elemento cruciale per la terapia. La collega, infatti, indaga proprio come Antonella affronti le situazioni difficili, e la risposta è molto semplice: da sola. Lei è la forte della situazione, e se chiedesse aiuto, afferma, tutto il suo sistema crollerebbe, tutte le persone accanto a lei sarebbero devastate, non saprebbero come sorreggere il peso emotivo delle difficoltà che lei si trova a vivere.

“Ma ne è proprio sicura?”, chiede Francesca.

Con questa domanda, peraltro domanda spinta da una genuina curiosità, Francesca incrina il modo di percepire, e di conseguenza anche di agire, della donna. In effetti Antonella non è sicura che chiedere aiuto sia davvero impensabile, addirittura ci sono delle volte in cui chiedere aiuto non è stato soltanto utile, forse addirittura indispensabile. La donna si blocca, come se quella domanda le avesse permesso di capire che, nonostante lei si sacrificasse per un nobile fine, risparmiare dolore ai suoi, la verità è che non c’era mai riuscita. Queste sono le esatte parole di Francesca, la quale allora decide di indagare tutte le situazioni in cui chiedere aiuto sia stato di aiuto. E questo è lo spunto per andare a ricordare una situazione precedente e andare a capire in che modo sia stata utile per portare da essa tutte le risorse necessarie per affrontare la situazione attuale.

Antonella, infatti, traccia una linea che la porta a un episodio di 25 anni prima in cui il consiglio di un medico, che era stato quello di godersi la vita e cercare di prendere le cose belle che venissero da essa, l’aveva aiutata di fronte ad un altro problema medico. Quando Francesca chiede a questo punto di che cosa abbia bisogno Antonella ora per affrontare il suo problema, lei adesso sa rispondere: “Devo fare quello che mi va”.

“Basta tenersi tutto, basta vedere il mondo come invaso dal cancro, basta pensare che le cose semplicemente non vadano e non concedersi più gioie e piaceri sacrificandoli in nome di questo male”. Insieme spendono l’ultima parte per decidere, insieme, che cosa possono fare nei prossimi giorni, cosa potrà fare Antonella per vivere al meglio i suoi giorni e far sì che il cancro non sia una condanna all’infelicità. E, due settimane dopo come d’accordo, si risentono: Antonella ride, scherza, sta bene e sente di poter andare avanti con le sue gambe. Come usuale nella Terapia a Seduta Singola, Francesca le lascia la porta aperta e le dice che per qualunque necessità lei sarà sempre li.

Mi piace questa storia che è scritta all’interno del nostro libro “Terapie a Seduta Singola principi e pratiche”, e che chiude 17 casi scritti da 17 psicologi diversi.

Mi piace per almeno tre ragioni:

1) Perché mostra che cosa si può fare con una persona il cui problema non può essere risolto direttamente dalla psicoterapia;

2) Perché Francesca aiuta Antonella ad aiutarsi, punta quasi esclusivamente sulle sue risorse e la porta a trovare ciò di cui ha bisogno semplicemente con un uso intelligente delle domande;

3) Perché è un magistrale esempio di come si possa aiutare una persona in un’unica seduta.

Quest’ultimo punto non è da poco, specialmente per chi combatte con una malattia fortemente invalidante o cronica: l’idea è che la psicoterapia non debba essere necessariamente una delle tante terapie che dovrà iniziare a seguire la persona di li in avanti, ma semplicemente un pit stop dove fermarsi ogni tanto per fare rifornimento. Mi piace.

Mi piace quell’atteggiamento che vede le persone capaci di affrontare e sconfiggere da sé i propri problemi e per il quale, nel momento in cui scendiamo con loro sul campo di battaglia, ci ricorda che noi terapeuti siamo dei validi scudieri, ma che le guerriere a conti fatti…

…sono loro.

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