Arriva Mary: si taglia, viene ospedalizzata di continuo, è aggressiva e ansiosa, e può vedere la figlia piccola di sei anni solo due volte a settimana. Figlia che è distaccata durante le interazioni con la madre, e che la corte ha disposto che possa essere vista soltanto in uno spazio protetto perché Mary non è considerata in grado di accudirla, tanto che si sta valutando per l’adozione.

Mary è disperata, e questo non fa che aumentare la sua oppositività, la sua aggressività, la sua disperazione e il suo continuo contrasto con gli psichiatri che deve vedere costantemente
per via di ciò che è stato disposto dal tribunale. In una di queste disposizioni finisce nel centro diretto da Joel Simon, e il terapeuta, Andy Taylor, inizia con lei una Terapia Breve Centrata sulla Soluzione.

Come di norma in questo approccio, Andy chiede a Mary quali sono le sue “migliori aspettative” dalla terapia e Mary risponde che vuole essere differente,  vuole fare di tutto per riottenere la custodia della figlia, solo che la situazione in cui si trovano entrambe ora non ha fatto che aumentare la sua frustrazione  e la sua rabbia. Alla fine della prima seduta Andy e il
team si complimentano con Mary per i suoi sforzi, come si fa tipicamente in questo approccio, eppure non basta. Nelle tre sedute successive, infatti, i miglioramenti sono veramente scarsi e la richiesta di dettagli positivi, cioè chiedere di notare i dettagli positivi che le indicano che le sue migliori aspettative si stanno realizzando tra una seduta e l’altra, non
danno quasi nessun frutto.

Inoltre Andy ed il team notano che, durante le sedute, Mary è quasi completamente focalizzata sui  problemi, non sulle soluzioni. Andy cerca di coinvolgerla in un diverso gioco linguistico in cui si parli di soluzioni, aspetti positivi, anziché di problemi, ma con Mary non funziona: torna sempre a parlare di ciò che non va.

Così in quarta seduta, d’accordo col team, Andy  dice a Mary che il fatto di parlare di problemi, usare un problem talk, sembra non funzionare, non dare effetti e che lui e il team vorrebbero ingaggiarla in un solution talk, che è molto più utile, altrimenti quello che dovrebbero fare sarebbe inviarla ad un altro professionista.

Mary non è che la prende molto bene, si arrabbia, urla, si alza, se ne va, sbatte la porta e non si fa più vedere.

Successivamente, nel corso della stessa giornata, chiamerà in realtà il centro, gli dirà di stare bene, di stare al sicuro, e che, si, vuole essere inviata ad un altro terapeuta.

A questo punto Andy e Joel, il direttore del centro, hanno una supervisione con Steve de Shazer, il padre della Terapia Breve Centrata sulla Soluzione, e chiedono di poter portare il caso, facendo proprio una simulata dove Andy interpreta Mary e Steve fa il terapeuta e succede esattamente la stessa identica cosa. Andy, identificato in Mary, non riesce a trovare dei dettagli che portano alla soluzione, e alla fine fa esattamente quello che ha fatto lei si alza, urla e se ne va via dalla terapia. De Shazer, dal canto suo, rimane seduto in silenzio e alza le spalle.

Giorni dopo succede una cosa:  Mary ricontatta il centro e dice che vuole avere la terapia con Andy, vuole proseguire il loro percorso. E parte un nuovo inizio: in meno di dieci
sedute Mary viene completamente ingaggiata in un gioco linguistico basato sulle soluzioni. Cessa di tagliarsi, gestisce la sua rabbia, e i servizi sociali stessi dicono di aver notato un netto miglioramento: addirittura il rapporto con la sua figlia migliora tanto che l’ultima seduta, la quattordicesima, vede Mary e la figlia insieme.

Sulla scala del progresso Mary si dà un 8 pieno e dice di voler continuare da sola il suo percorso, sente di potercela fare ed ha anche il benestare dei servizi sociali. Il caso è descritto nel libro “Solution-Focused Brief Practice with Long-Term Clients in Mental Health Services”, il libro di Terapia Breve Centrata sulla Soluzione con il titolo più lungo del mondo. È un libro interessante in realtà perché parla proprio di casi considerati tradizionalmente a lungo termine, trattati con la Terapia Breve Centrata sulla Soluzione, all’interno dei contesti dei servizi sanitari pubblici.

È un caso interessante per tante ragioni che,  però, per limiti di lunghezza del video andrò a sintetizzare: innanzitutto il concetto di gioco linguistico.

Una delle basi sottostanti la Terapia Breve Centrata sulla Soluzione, è proprio il fatto di ingaggiare la persona in un gioco linguistico basato sulle soluzioni, non sui problemi, e il concetto di gioco linguistico si rifà Wittgenstein, ne parlano le sue ricerche filosofiche, ed è una cosa talmente complessa che evito di spiegare qui, non so neanche se sarei in grado di spiegarla opportunamente.

Diciamo, per estrema sintesi, che nell’ambito della TSS si tratta di andare a parlare delle soluzioni, avere un discorso, un dialogo con la persona che parli delle soluzioni, di ciò che funzioni nello specifico, e non dei problemi. Questo, come si vede nella terapia con Mary, produce degli effetti terapeutici notevoli in poco tempo. Un altro concetto è quello legato all’insistenza.

Personalmente ritengo che Andy e il loro team siano stati fortunati perché Mary li ha richiamati, sicuramente sono stati anche bravi perché se l’ha fatto vuol dire che c’era una forte relazione terapeutica. A volte però dovremmo chiederci se insistere  con un modello sia la cosa migliore da fare. Premetto che io adoro la Terapia Breve Centrata sulla Soluzione e lo considero un modello fantastico. Ma, come lo stesso Steve de Shazer sosteneva, se qualcosa non funziona è bene fare altro: e proprio de Shazer diceva che, se dopo quattro-cinque sedute la Terapia Breve  Centrata sulla Soluzione non dava risultati, allora si passava a qualcos’altro, un modello molto più vicino al problem-solving.

E questo apre le porte a un altro discorso: cioè la necessità di avere un approccio multiteorico. Proprio come insegniamo nella nostra scuola di Scuola di Specializzazione dell’Istituto ICNOS, è bene che il terapeuta abbia a disposizione diversi strumenti in modo da poter utilizzare diversi modelli con diverse persone.

Ultimo, ma non meno importante, questo caso clinico è un altro bell’esempio di come, con etichette diagnostiche già date, che portano con sé una condanna come il fatto di avere un disturbo borderline di personalità, si possono comunque  ottenere risultati notevoli. D’altronde, parafrasando Jay Haley, spesso non è che con certi clienti bisogna fare una terapia lunga, è che
utilizzando certi strumenti la trasformiamo…

…in una lunga terapia.

 

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