Nigel è un manager tutto d’un pezzo, uno di quelli abituati a comandare, non ad essere comandati, uno di quelli che ti arriva in terapia chiedendoti aiuto, ma pensando che tu non sei abbastanza per darglielo. Kottler è uno psicoterapeuta, un professore della facoltà di medicina del Baylor College; è un uomo impaziente, uno di quelli che cammina sempre veloce e che entro l’ora di pranzo ha sempre la casella delle mail completamente svuotata.

Nigel si presenta con un problema “che non è un problema”: è la moglie a considerarlo tale: sniffa cocaina.

E parecchia.

A 20 minuti dall’inizio, Kottler ritiene di sapere già tutto quello che c’è da sapere: l’uomo sniffa tantissimo, sostiene che è per via del suo lavoro stressante, dice che la moglie sta esagerando e che lui ha tutto sotto controllo. A 20 minuti all’inizio Kottler ne ha già piene le scatole. Nigel aspetta in silenzio con un’espressione del tipo: “Beh? Allora? Dirai qualcosa o no?” e Kottler sospira.

A quel punto Nigel domanda: “Che cosa hai da dire?” e Kottler, dopo un altro sospiro, risponde: “Nigel, Nigel, Nigel. Io non ti posso aiutare.” “Non puoi?”, chiede Nigel “No, non posso.”, risponde Kottler, “Hai una delle più serie dipendenze fisiologiche e psicologiche con una delle più devastanti droghe presenti sulla piazza”. Nigel prova a rispondere: “Ma io so che molta gente…”

Kottler lo blocca con la mano. “Mi hai chiesto il mio parere, adesso fammi finire”.

A quel punto Kottler continua: “Come ti dicevo, il fatto che tu assumi droga, cocaina, ogni giorno identifica la tua dipendenza come estrema. Spendi centinaia di dollari ogni mese per mantenere il tuo vizio. Probabilmente avrai anche notato che te ne serve sempre di più per sentirti fatto. lo stai nascondendo a tutti, menti alla tua famiglia, ai tuoi amici, ai tuoi colleghi. Probabilmente anche a te stesso. Semplicemente non posso aiutarti. La tua prognosi è terribile”. A quel punto il Nigel chiede: “Quindi mi stai dicendo che non mi vuoi aiutare?” “No”, risponde Kottler, “Sto dicendo che non posso aiutarti”. Nigel abbassa lo sguardo e Kottler continua con un tono più formale: “Ascolti, Signor G., sta cercando la cura per questo problema? Vuole sapere come aggiustarlo? Ecco qui: lei aumenterà sempre di più le dosi, dopo di che metterà in atto, sempre di più, dei comportamenti estremi a livello sessuale, a livello di comportamenti rischiosi, a livello di comportamenti impulsivi. La cosa raggiungerà livelli sempre più alti, fino a che non sarà più in grado di farvi fronte. Sarà talmente in debito che probabilmente finirà in bancarotta. Perderà il suo lavoro, il suo matrimonio finirà, i suoi figli la incolperanno di qualunque cosa per tutta la vita e per tutta la vita cercherà di porre rimedio ai suoi danni. Quando, o se, riuscirà a riprendersi, dopo aver perso tutto, soffrirà comunque per una serie di dolori cronici e la sua aspettativa di vita sarà stata abbassata drasticamente. Questo sempre che lei non sia morto prima per l’abuso o per un overdose”.

Nigel guarda Kottler senza dire niente. Passano alcuni minuti di silenzio. Poi risponde “Ok, è tutto?”

Kottler annuisce. “Si, è tutto. Mi spiace, non posso aiutarti”.

Nigel si alza, gli stringe la mano e se ne va.

Ti dico subito la fine: Kottler non vide mai più Nigel, si trasferì in un’altra città ma, venti anni dopo, venne a sapere di lui. Il fratello, che era rimasto a vivere nella cittadina, nel paesino in cui vivevano precedentemente Kottler e Nigel, gli disse che aveva incontrato quest’ultimo e che lo salutava. Nigel gli aveva raccontato che subito dopo il loro incontro, 20 anni prima, era andato in macchina ed era scoppiato a piangere, spaventato a morte. Subito si era lanciato a prendere una dose che aveva li con se, ma la paura, che si era trascinato dalla seduta, lo portò a buttare tutto dal finestrino. Non toccò mai più la cocaina.

Il caso è interessante per due motivi: da un lato si può vedere come un unico incontro possa produrre un effetto forte, “un’esperienza emozionale correttiva” usando un costrutto di Franz Alexander capace addirittura di smontare, bloccare, interrompere un comportamento, un’abitudine, una dipendenza tosta come quella della cocaina.

Molti criticano la Terapia a Seduta Singola dicendo che “non si possono risolvere i problemi in una sola seduta”, ma è proprio la concezione di base di queste critiche che è sbagliata.

La Terapia a Seduta Singola non dice mai che puoi risolvere tutti i problemi in un’unica seduta, ed è ovvio che una situazione come quella di Nigel è più un’eccezione che la regola. La mentalità di chi approccia con una Terapia a Seduta Singola, e con la Terapia Breve in generale, è quella di contemplare la possibilità che in una o in poche sedute sia possibile il cambiamento, e quindi di andare a cercare di capire come far avvenire questo. In più, in un caso simile, si vede come la terapia in sé non ha risolto il problema, ha dato soltanto il “LA” a Nigel. Che poi è lui, con le sue risorse, che ha costruito e consolidato il cambiamento.

Ma la cosa più importante, caro psicologo, è l’altro motivo di interesse, e qui devi tenere le orecchie aperte.

Kottler, il terapeuta, spiega che la sua reazione, il suo intervento fu del tutto inappropriato. Quando il fratello gli disse di aver incontrato Nigel, gli prese un colpo e, quando gli raccontò che la prima reazione dell’uomo era stata quella di lanciarsi sulla cocaina, si preoccupò seriamente di quello che avesse potuto fare. Kottler, infatti, spiega che quell’intervento, quella sua reazione, quella sua spiegazione non fu frutto di una strategia, ma di un’insofferenza nata da un periodo difficile della sua vita e da un periodo insoddisfacente dal punto di vista lavorativo.

Periodo che portò delle emozioni e delle considerazioni che riversò sul povero Nigel.

In altre parole gli è andata bene, per non usare un termine più colorito. E gli è andata bene a Kottler in una situazione in cui, per sua stessa ammissione, le cose sarebbero potute andare molto male. Kottler ha raccontato questo caso nel libro “Creative therapy in challenging situations”, in cui c’è anche un mio caso clinico, e lo ha fatto, lo dice, principalmente per il secondo motivo.

Se da un lato è un esempio magistrale di come creando avversione si possa bloccare un comportamento in una persona e aiutarla, dall’altro questo risultato viene completamente inficiato dal modo impaziente e non pianificato di Kottler di utilizzare l’intervento. Non possiamo nasconderci dietro un dito e dire “sì ma in fondo anche noi terapeuti siamo umani può capitare”. Dobbiamo sempre considerare i rischi che corriamo, che dovrebbero ricordarci che con i nostri pazienti dobbiamo saper ben gestire…

…la nostra pazienza.

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