Nel 1968 David Malan scoprì un fatto sconcertante.

Per chi non lo sapesse, David Malan è un pioniere delle Terapie Brevi Psicodinamiche. Ci sono almeno due grandi filoni, infatti, di psicoterapie brevi, cioè di psicoterapia studiate appositamente per dare risultati in tempi brevi: da un lato abbiamo le Terapie Brevi Psicodinamiche, dall’altro un filone a cui generalmente si fa riferimento proprio come Terapie Brevi. Oggi potremmo definire queste ultime “Terapie Brevi Sistemico-strategiche” proprio perché, pur avendo molte differenze tra loro, hanno in comune sicuramente da un lato l’approccio sistemico e dall’altro la matrice strategica. E queste ultime sono le Terapie Brevi di cui mi occupo maggiormente, quindi la domanda sorge spontanea: che c’entra David Malan?

Nel 1968 nella Tavistock Clinic di Londra, la roccaforte londinese della psicoanalisi, David Malan scoprì che molte persone che avevano avuto soltanto una seduta di psicoterapia erano migliorate.

“Oddio Flavio, un altro video sulla Terapia a Seduta Singola?”

Ni! Un video per porsi una domanda più specifica: Malan scoprì che il 51% di quelle persone erano migliorate da un punto di vista sintomatologico e che il 24% era migliorato da un punto di vista anche della riorganizzazione psicodinamica.

E fu qui che lui diede risposta a una domanda fondamentale: è meglio una Terapia Lunga, una Terapia Breve o una Terapia a Seduta Singola? La risposta che diede fu tanto semplice quanto intelligente: bisognerebbe iniziare con una Terapia a Seduta Singola, continuare se necessario con una Terapia Breve e, nei casi in cui questo non è sufficiente, continuare con una Terapia Lunga. In effetti fare una terapia breve o lunga è una scelta. Il caro Jeff Young, direttore del Bouverie Centre dove ho perfezionato la mia formazione in Terapia a Seduta Singola, ha detto anche lui una cosa semplice ed intelligente: “non puoi sapere se una singola seduta sarà sufficiente fino a quando non sarà giunta al termine”. Sembra lapalissiano, ma non lo è. Alzino la mano quei colleghi che, di fronte a un nuovo paziente, se nei primi minuti, quando sta raccogliendo un po’ la storia e capendo come funziona il problema gli sembra che questo sia un caso grave o una diagnosi complicata, non pensano che forse ci vorranno un po’ di sedute.

O, addirittura, se si aspettano questo prima ancora di aver visto il paziente, la persona, magari per via di un’anticipazione della diagnosi fornita dal soggetto inviante. Ma la verità è che non saprai mai quanto tempo sarà necessario per la terapia fino a che quel tempo non sarà passato.

Però, come ben sai dagli studi sulla profezia che si autoavvera oppure da quelli sulle interazioni tra atteggiamenti e comportamenti, il fatto che tu ti possa aspettare che una terapia duri parecchie sedute aumenta la possibilità che sia proprio così. Questo fino, addirittura, ad elaborare dei costrutti che impediscono la durata breve di una terapia: come per esempio quello della fuga nella salute. E se cambiassi mindset?

Immagina che quando vedi un paziente ti aspetti che una seduta potrebbe essere sufficiente, e che se così non fosse ti aspetti che poche sedute potrebbero esserlo e, solo se così non fosse, ti aspetti che ne serviranno ancora di più. Come cambierebbe la tua pratica? Come orienteresti le tue domande e le tue tecniche? Il discorso è da ponderare bene perché implica una serie di domande, per esempio: che cosa vuol dire che un certo numero di sedute sono sufficienti? È molto diverso se per “sufficiente” intendiamo vedere noi nel paziente un cambiamento di percezioni e comportamenti stabile e duraturo, o sufficienti a vedere una completa remissione sintomatologica, o ancora sufficienti a far dire al cliente di poter continuare da solo. Ad ogni modo, al di là di quello che tu intendi per sufficiente, oppure al modello teorico a cui ti ispiri, l’idea di partire con un modello “a step”, cioè prima con una seduta singola, poi se necessario con una breve, poi se necessario con una più lunga, rimane una buona idea. In realtà è proprio ciò che si sta facendo in diverse strutture di salute mentale di tutto il mondo e che noi stessi dell’Italian Center for Single Session Therapy abbiamo iniziato a insegnare, aiutare e implementare ad alcune strutture sanitarie del nostro paese.

Il nome di questo approccio, se vuoi andartelo a studiare, è proprio “Stepped Care”, la Cura a Step. Al di là di questo, anche per la tua pratica privata, l’invito rimane chiaro: se decidi che per quella persona potrebbe essere sufficiente un percorso lungo, breve, oppure di una singola seduta, aumenti le possibilità…
…che sia davvero così.

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