Perché è fondamentale la Terapia Breve nella formazione?

Secondo un articolo dell’ABC, dal 2014 ad oggi il numero di studenti che ha intrapreso un trattamento di salute mentale nei campus universitari è salito del 35%. Ansia, depressione, relazioni… fino al rischio suicidio, conseguenza spesso connessa alle tre problematiche precedenti.

Il problema è che, in quelle scuole, il numero di nuovi terapeuti assunti è cambiato di poco: sempre negli ultimi cinque anni si è passati da una media di 16 a una di 19. Pochi? Vediamo i dati e scopriamo che… sì, lo è.

A volte per fare iniziare una terapia bastano poche ore. Ma a volte ci vogliono mesi. Alla Brigham Young University devi aspettare almeno 30 giorni prima di ricevere un appuntamento, tanto che è nato il movimento “30 Days Too Late.”Alla Illinois State University un ragazzo, Chris, si era lasciato con la fidanzata e aveva detto a un amico di volersi suicidare. Ha seguito il consiglio di andare dal counselor della facoltà che però gli ha detto che avrebbe dovuto essere messo in lista d’attesa. Due giorni dopo si è ucciso.

C’è da dire che in quel momento Chris compilò il foglio di accettazione affermando di non star pensando al suicidio – ma c’è anche da fare una riflessione, anzi due.

  1. Perché le Terapie Brevi: o la Terapia a Seduta Singola. Ne avevo infatti già parlato nell’articolo Ridurre le liste d’attesa con la Terapia a Seduta Singola e, senza sottolineare l’ovvio, il punto è che dobbiamo privilegiare sempre di più terapie che permettano di risolvere i problemi in tempi brevi – e, di conseguenza, di ridurre drasticamente le liste d’attesa.

    È molto facile dire: “Dovrebbero assumere più terapeuti, maledetti!” ma la realtà è che a) non ci sono le risorse economiche (i sistemi sanitari di tre quarti del mondo sono in crisi economica), e b) uno dei costi più alti della sanità sono le risorse umane. Se aspettiamo che vengano assunti un numero sufficientemente alto di terapeuti per ridurre drasticamente le liste d’attesa e rispondere meglio alle situazioni di crisi… beh, mi spiace, stiamo solo aspettando di leggere a chi toccherà dopo Chris.

    L’idea poi che la Terapia Breve “non risolve il trauma originario”, “non lavora sulle metacognizioni”, “non si interessa dello stile di attaccamento” ecc. è meramente una questione di epistemologie, teorie o se volete punti di vista diversi, interessantissima (?) a livello di dibattito tra i banchi universitari ma totalmente spazzata vita dai dati: la Terapia Breve fa stare bene le persone, punto.

  2. Perché le Terapie Brevi (2): si il titolo è lo stesso e l’argomentazione è pure un po’ paradossale, ma proviamo a farla semplice. Come ho scritto nell’ebook Terapie brevi. Un’introduzione a principi e pratiche, le Terapie Brevi si svilupparono in buona parte proprio perché mancavano le risorse economiche in un periodo e in un Paese (gli U.S.A.) in cui la sanità non riusciva a rispondere adeguatamente al malessere psicologico.

    All’epoca (parliamo principalmente del Secondo Dopoguerra), la maggior parte di medici e psicologi (i principali erogatori di psicoterapia) non ne vollero sapere di andare per strada a lavorare con senzatetto, tossicodipendenti e persone appartenenti a classi socioeconomiche svantaggiate: così assistenti sociali, infermieri e consulenti (counselor) senza una laurea in psicologia/medicina si rimboccarono le mani e fecero il lavoro sporco, ingegnandosi per trovare nuovi modi di aiutare quelle persone in tempi brevi – dato che non potevano dirgli “Vai da uno psicoanalista”. Fu un’ottima cosa per la psicoterapia. Steve de Shazer, una mente geniale nonché padre della Terapia Breve Centrata sulla Soluzione, era un assistente sociale, non uno psicologo – eppure, se leggete i suoi libri, non lo credereste.

    “Questo discorso va a parare sul fatto che anche i counselor, da noi, dovrebbero fare psicoterapia?”
    Beh… no. Prima di tutto perché il nostro sistema legislativo è diverso e questo riguarda anche il modo in cui i counselor loro vengono differentemente formati dai counselor nostri. In secondo luogo, perché la preparazione dei nostri psicologi è alta; forse non lo è sempre a livello pratico (da qui la costante insistenza sulla pratica nella formazione del Italian Center for Single Session Therapy e dell’Istituto ICNOS), ma lo è molto a livello teorico, che significa anche avere la capacità di gestire e comprendere la complessità – in parole semplici, di fare un colloquio che ti permetta di renderti conto che Chris, forse, devi vederlo subito, anche se sulla scheda di accettazione ha sbarrato la casella “Non sto pensando al suicidio”.

    All’epoca, mandare assistenti sociali, infermieri e counselor per le strade fu una necessità (economica). Fu molto utile, ma questo non ha reso gli Stati Uniti “il Paese dell’eccellenza clinica in psicoterapia” – anzi. Se l’emergenza è “non abbiamo abbastanza risorse economiche per aumentare le risorse umane”, la soluzione non dovrebbe essere “assumiamo risorse umane meno qualificate (e, di conseguenza, paghiamole di meno)”. In Italia ho sentito diversi colleghi dire che negli U.S.A. lo psicologo non fa quasi mai psicoterapia: non è vero, ma nemmeno del tutto falso. Parlandone con Michael Hoyt mi è sembrato di comprendere (non voglio attribuire a Michael eventuali miei errori di comprensione) che lo psicologo nella sanità pubblica ricopre un ruolo soprattutto dirigenziale: amministra, dirige le ricerche e fa supervisione… ad assistenti sociali, infermieri e counselor. Perché assumere uno psicologo, che ha un percorso di studi più lungo e una qualifica più alta (e quindi costa di più), quando la terapia me la può fare anche un più economico assistente sociale? Piace o non piace, lì funziona così.

Badate, tutto questo discorso non è un attacco ai colleghi assistenti sociali e agli infermieri, che, anzi, secondo me sono fondamentali nel loro ruolo di consulenza e relazione con il paziente e che hanno, indubbiamente, un ruolo altrettanto fondamentale nell’ambito della sanità mentale. Peraltro, come ho citato de Shazer potrei citare colleghi assistenti sociali e infermieri di quei contesti che ho conosciuto di persona e che ritengo ottimi terapeuti. Al BRIEF di Londra i miei insegnanti sono tutti assistenti sociali. Ma, di nuovo, il tipo di formazione è diversa dalla nostra e, di nuovo, la preparazione dei nostri psicologi è davvero alta.

Piuttosto, la mia vuole appunto essere un’ulteriore lancia da spezzare in favore della formazione in Terapia Breve. Si possono ridurre le durate delle terapie e contemporaneamente contenere i costi grazie a modelli che hanno già ampiamente dimostrato la loro efficacia clinica e statistica (la resistenza alla loro integrazione ormai è unicamente culturale, politica e fideistica) e che, messe nelle mani di chi sa maneggiare e gestire la complessità della sanità mentale, permetteranno più efficientemente di ridurre il peso (umano, sociale, economico…) dei disturbi mentali e di evitare che sia già troppo tardi per il prossimo Chris. 

Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
co-Direttore della Scuola di Specializzazione in
Psicoterapie Brevi Sistemico-Strategiche

Riferimenti bibliografici

ABC News (25 Nov 2019). Colleges struggle with soaring student demand for counseling

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