Che fai con una cocainomane, madre di due figli, che non riesce a smettere?

E con un ragazzo che ti confessa che gli piace ammazzare di botte la gente?

E che fare con un padre di famiglia che ha un’amante che però non riesce a lasciare?

Siamo appena passati in un’ epoca, nella psicoterapia, di forte protocollizzazione

Cioè c’è un protocollo per questo, c’è un protocollo per quello,

un protocollo per su, un protocollo per giù… Protocolli!

Che significa che in pratica c’è una taglia unica per gli interventi di psicoterapia

che si adatta al problema: Il problema X, l’intervento Y.

Anche se poi ci dimentichiamo della persona.

Non è strano, perché se ci pensi deriva dal modello medico,

dove in effetti per il problema X c’è l’intervento Y.

Solo che noi l’ abbiamo preso a piedi pari nella psicoterapia

e qui è subentrata una critica.

La critica è quella di chi ha detto che la psicologia e la psicoterapia,

effettivamente sono d’accordo,

non può prendere a pié pari dal modello medico, fare copia carbone di quello che si fa in medicina,

e applicarlo all’interno della psicoterapia.

Questo però è un altro discorso, magari ne parliamo in un altro video.

C’è un’altra cosa invece che ci interessa in questo video.

Infatti il fatto di avere tanti protocolli non tiene conto di una cosa:

non tiene conto del fatto che in realtà la realtà è molto più complessa,

le persone sono molto più complesse, e quindi devi spesso cercare di prendere

da un estro più creativo…

Ma come?

Michael Hoyt e Monte Bobele, due grandi esperti di terapie brevi,

hanno fatto una cosa molto simpatica.. In pratica si sono visti, si sono riuniti

e hanno iniziato a parlare di quelle situazioni in cui gli psicoterapeuti quando dialogano tra loro

parlano dei casi più complessi, più strani, più stravaganti trattati in dei modi in particolare.

È una cosa tipica a tutti noi, capitano dei casi strani che andiamo a trattare in un modo particolare,

e quello che hanno fatto loro è stato riunire tutti questi casi in questo libro.

In pratica hanno preso 20 autori, gli hanno detto “Senti, mi racconti un caso inusuale

che hai trattato in una maniera particolare, in maniera particolarmente creativa?”

E la risposta è stata “Creative Therapy in Challenging Situations” della Routledge

dove c’è dentro anche un mio contributo, e dove ci sono degli esempi di trattare problemi difficili..

in maniera creativa!

Allora per esempio c’è il caso di Andrew Austin che si era trovato con questa madre

che aveva iniziato a fare uso di cocaina e non riusciva a smettere,

e Andrew si inventa una cosa molto particolare:

Andrew racconta che stava cercando un perno su cui fare leva, e questo perno furono i figli della donna.

Però li usò in una maniera particolare, infatti la donna non aveva paura che avrebbero potuto trovare la droga

perché la teneva nascosta all’interno di una cassaforte, quindi non ci sarebbe mai stato il rischio, secondo lei,

che l’avrebbero trovata e usata.

Il problema, per la donna, era un altro.

Il problema, per la donna, per la madre, era che i figli la scoprissero e che si facessero in questo modo

una brutta opinione di lei.

E Austin utilizzò questa cosa.

Guarda la donna e dice “Devi fare una cosa semplicissima, però la devi fare,

mi devi giurare che la farai”.

La donna accetta, e la cosa semplicissima era “Metti una foto dei tuoi figli all’interno della cassaforte”

Il risultato è che la donna si rifiuta di fare questa cosa, va a casa, non mette la foto dentro la cassaforte,

ma smette immediatamente di fare uso di cocaina.

Un’ altro caso è il mio: il caso di Daniel.

Dove un ragazzo di 35 anni con disturbo di paranoie di personalità che

che reagiva alle “minacce” delle persone andandole a picchiare a sangue

gli dico di andare volontariamente a cercare quelle minacce.

Doveva, cioè, andare a cercare volontariamente i segni reali e concreti

che gli altri ce l’avessero effettivamente con lui.

Ovviamente, facendo tutto in maniera sicura, evitando rischi,

nel momento in cui lui andò per strada a cercarli, non li trovò.

Tra l’altro questo è il primo testo scritto in cui riporto un lavoro, scritto appunto,

sulle nove logiche di intervento nelle terapie brevi,

e dove spiego un pochino come funzionano, come si usano e tramite il caso appena descritto

faccio vedere il loro funzionamento, però non mi dilungo su questo,

tanto potete vedere i video che pubblico tutti i mesi, ogni secondo martedì,

dove parlo delle nove logiche di intervento.

Un altro caso particolare è invece quello descritto proprio da Michael Hoyt stesso,

che suggerisce a un uomo, padre di famiglia, che ha un’amante,

che vorrebbe lasciare, ma che non riesce a lasciare, di fare anche lui una cosa un po’ particolare.

In pratica gli dice di andare tutte le domeniche mattina in un fast food frequentato in particolar modo

da padri divorziati e di limitarsi a stare lì, prendersi un caffè e osservare questi padri con i loro figli.

Il risultato è che, due settimane dopo, l’uomo torna e dice di aver finalmente lasciato l’amante.

In pratica si era reso conto di quanto gli sembrassero infelici quei padri divorziati,

non voleva fare la stessa fine ed aveva così trovato il coraggio

per fare quello che non era riuscito mai a fare fino a quel momento.

Insomma, ce ne sono una ventina, sono interessanti, io sono l’oste quindi non posso non parlare bene del libro;

però, secondo me, ha almeno due vantaggi:

1) Trovi una nutrita serie di casi, spesso difficili, trattati in maniera inusuale

ed è una cosa che generalmente non trovi all’interno dei classici, tradizionali manuali di psicoterapia;

2) Il secondo è proprio che ti invita a pensare fuori dagli schemi,

a cercare dei metodi innovativi e a studiare metodi innovativi,

per rendere la psicoterapia, specie quella che sta fuori dai protocolli e fuori dalle taglie uniche…

…in un modo più creativo.

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