Interrompi i tuoi pazienti?

È vero ciò che dice Windy Dryden: spesso i terapeuti non sono bravi a farlo. Hai davanti una persona con un problema, una sofferenza, e temi di essere rude, scortese, di essere considerato fastidioso.

Immagina una conversazione con un’amica, che ti sta raccontando qualcosa di davvero importante, per lei, e di davvero interessante, per te. Vuoi capire meglio, sei curiosa di sapere una serie di dettagli, di capire bene. Così, di tanto in tanto, le chiedi ragguagli: “E tu cosa hai fatto? Ma quindi mi stai dicendo che…? Cioè, vediamo se ho capito: in pratica…”. Ti considererà rude, scortese, fastidiosa? O sarà felice di avere qualcuno veramente interessato a lei? Differenza 1: il paziente non è un tuo amico. E questo è un vantaggio. Perché l’amico può pretendere di essere semplicemente ascoltato: non è detto che ti stia parlando per chiederti aiuto; magari lo sta facendo solo per sfogarsi, mentre il tuo cliente è lì per avere un aiuto concreto da te (poi c’è il cliente che viene e vuole solo sfogarsi, e tirare tutto fuori e basta, senza ricerca di suggerimenti o risoluzioni; e allora tu lo puoi accettare, e permettergli di farlo, purché non si trasformi in un’amicizia a pagamento). Differenza 2: proprio per la natura della relazione professionale con il cliente, tu non vuoi semplicemente fare domande per soddisfare una tua personale curiosità. Le vuoi fare per capire come aiutare la persona. E allora è un tuo dovere far sì che il discorso venga mantenuto sulla giusta traccia. E quale sia lo sai tu, più che il cliente. Sei tu la guida. E quando andiamo in montagna, per un’escursione guidata, la guida la dobbiamo seguire – e quella deve anche redarguirci, se non lo facciamo e usciamo dal sentiero.