04Mi complimento spesso con i miei clienti.
Mi complimento per le risorse che hanno e per quelle che non sospettavano di avere.
Mi complimento quando mi sorprendono e quando sorprendono loro stessi.
Mi complimento perché a volte va da schifo, ma loro sono lì con me, a cercare strenuamente di capire insieme come farla andare meglio.
Mi complimento quando mi fanno ridere, perché una risata spazza via un bel po’ d’immondizia.
Come si fanno i complimenti, però?
Alasdair Macdonald dice: “Trovo che il numero di complimenti che le persone possano accettare sia differente da una cultura all’altra. I clienti inglesi accettano al massimo tre complimenti; i clienti tedeschi e australiani non più di un complimento; i clienti statunitensi possono accettare molti complimenti.” Non so dove abbia preso questa statistica (sospetto sia un’impressione personale), ma ciò che trovo importante è la riflessione sugli aspetti culturali.
Ci facciamo affascinare dai metodi, o anche da singole tecniche e interventi, provenienti da letteratura di altri Paesi. Che va bene, va bene il fascino, va bene l’innamoramento, ma poi dobbiamo anche capire come si adatta tutto al contesto che viviamo, in cui lavoriamo.
I clienti italiani sono sorprendentemente simili ai tedeschi e agli australiani, direi io. Benché questa sia una “terribile semplificazione”, parafrasando Watzlawick.
Spesso il complimento dev’essere indiretto, mascherato, non troppo esplicito, o creerà una svalutazione dello stesso, un gioco al ribasso, forse culturalmente figlio di un’attitudine nostrana a non mostrarsi troppo in salute, in gamba, in buone condizioni (altrimenti i Governanti chiederanno di più). “Non fare troppo, o dovremo lavorare tutti di più” mi dissero durante il tirocinio in una ASL.

Così il complimento dev’essere lasciato cadere lì, magari nascosto in altre frasi, durante altre osservazioni, a volte usando la tecnica de “il mio amico John” di Milton Erickson, a volte facendolo desiderare, “frustrando il desiderio” citando qualcun altro – ma mai offendendo, mai svilendo – per incentivare l’autonomia e l’auto-consapevolezza, la presa di coscienza di sé, da sé.

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