Nel 2006 l’APA ha sottolineato la necessità di riconsiderare il ruolo della persona all’interno della terapia. Leggo testualmente dal comunicato del 2006: “La pratica basata sull’evidenza empirica in psicologia, evidence-based practice, rappresenta l’integrazione tra le migliori ricerche disponibili e la competenza clinica nel contesto delle caratteristiche della cultura e delle preferenze del paziente”.

È un aspetto molto interessante, perché venivamo da decenni molto incassati sui protocolli, sul cercare dei modi uniformi per tutti di lavorare con il paziente. Peraltro in questo discorso si inserisce la cosiddetta Lambert’s pie, la torta di Lambert, che non è una torta di compleanno, ma per torta si intende il grafico a torta, che sostanzialmente andando a inserirsi all’interno di quegli studi sui common factors ha individuato un dato molto interessante.

Praticamente se noi andiamo a considerare la varianza spiegata di ciò che permette di ottenere un cambiamento in psicoterapia, il 15%, secondo gli studi di Lambert e dei suoi collaboratori, è dovuto alla hope, cioè all’aspettativa, alla speranza di cambiamento; il 15% è dovuto alle tecniche e ai modelli (sì, mi spiace, soltanto il 15% alle tecniche e ai modelli); il 30% alla relazione terapeutica, e il 40% alle risorse del cliente.

Quindi, non solo va rimessa al centro la persona, e infatti da una ventina d’anni c’è un rinnovato interesse per tutti quegli approcci che tendono a ri-personalizzare la persona che viene in psicoterapia, ma dall’altro lato farlo è fondamentale, perché se studi come quello di Lambert hanno le loro ragioni, vuol dire che mettere la persona al centro significa riuscire a facilitare un processo terapeutico perché va a prendere quelle che sono le sue risorse e le sue caratteristiche. Oggi ci sono tanti termini come approcci person-centered e appunto resource-based, cioè basati sulle risorse della persona, o strength-oriented, cioè orientati ai punti di forza della persona stessa.

Ecco, questo tema mi ha poi fatto fare tutta una serie di riflessioni che vorrei condividere qui, ma soltanto alcune di queste: se tu vuoi aggiungere la tua nei commenti, ampliamo un pochino il discorso e ci confrontiamo sull’argomento.

Quindi, tre cose su cui possiamo ragionare partendo da queste considerazioni:

  1. una terapia per essere breve può essere centrata sulla persona, perché metti davanti a tutto il processo terapeutico quelle che sono le risorse interne della persona. Sicuramente hai una base migliore da cui partire che non andare a protocollizzare tutto, mettere il protocollo sopra la persona e farla aderire strettamente a quei protocolli che magari non hanno nessun senso per lei.
  2. Se il protocollo non funziona, non insistere. Mi ricordo che tempo fa venne un paziente che aveva un problema di attacchi di panico e che era stato da un collega che effettivamente aveva fatto quello che avrei fatto anch’io: seguire il protocollo ad hoc per quel tipo di problema, ma non ha funzionato, e poco dopo se n’è andato. se ne è andato. Ovviamente io sono stato costretto a non seguire lo stesso protocollo, perché altrimenti la persona se ne sarebbe andata via, e mi sono adattato a quelle che erano le sue caratteristiche. La terapia è stata un successo, ha funzionato, e la logica deve essere: adatta il protocollo a chi hai di fronte.
  1. Una cosa che reputo veramente tanto utile è quella che Lambert ha sintetizzato nella frase: “È tempo di chiedere un feedback ai nostri clienti”. Bohart e Tallman hanno titolato un capitolo di un loro libro Clients, the neglected factor, se ricordo bene, cioè: clienti, il fattore dimenticato, per sottolineare che in tutta questa ricerca di fattori comuni in psicoterapia ci siamo dimenticati del cliente, della persona, cioè del fatto che le persone hanno già le risorse per poter cambiare, e noi dobbiamo partire da quelle per poter produrre dei significativi cambiamenti in tempi ridotti.

Argomento vasto, penso di averlo appena scalfito, spero giusto di aver potuto dare qualche spunto utile di riflessione. Quello che a me viene da pensare è che se in altri ambiti, come la medicina, bisogna comunque adattare la terapia al paziente che si ha di fronte, in psicoterapia e consulenza psicologica non penso che si possa fare di meno.

Quindi il succo è: se non siamo noi ad adattare il nostro lavoro e la nostra terapia alle caratteristiche del cliente, non sarà certo lui ad adattarsi a noi.

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