Quale può essere un buon modo per abbreviare la terapia? Ridurre le informazioni.
Non esiste un solo modo per abbreviare la terapia, e soprattutto non esiste un modo valido per qualunque persona, però collezionando le idee e gli spunti di diversi autori di terapia breve, penso sia utile avere a che fare con gli stimoli che loro ti danno, i suggerimenti, le tecniche, le possibilità.

Uno di questi era Richard Fisch, eminente membro del Mental Research Institute, che negli anni ‘60 capì che le terapie brevi sarebbero state un tassello molto importante della psicoterapia mondiale, e così nel 1966 fonda il Brief Therapy Center all’interno del Mental Reseach Institute, dove viene elaborato quello che tutti oggi conosciamo come il modello di terapia strategica, modello MRI.

Uno dei suggerimenti di Fisch per rendere la terapia più breve era narrowing the database, riduci il database, riduci le informazioni. Può sembrare una cosa contro-intuitiva, magari anche provocatoria, ma in realtà è un elemento molto interessante e importante per effettivamente rende una terapia più breve.

Quando le persone mi contattano per un appuntamento, può capitare ogni tanto che mi dicano: «Sa, ho letto sul suo sito che con lei non posso parlare del passato». Ecco, non è così: si può parlare del passato, semplicemente, in terapia breve, non si ritiene che il semplice parlare del passato possa essere terapeuticamente risolutivo. Allo stesso modo, Fisch dice che, all’interno della vita di una persona, sono tante le aree che puoi esplorare: le esperienze infantili, i rapporti con le persone non direttamente coinvolte nel problema, la comunicazione non verbale, sono tutte potenzialmente foriere di informazioni molto interessanti, ma sono davvero tutte utili? Il rischio è davvero quello di aumentare il database, di raccogliere cioè tante informazioni, che hanno sicuramente un valore, ma che per l’obiettivo preposto possono essere tralasciate.

Considera che in questo discorso c’entra un punto focale di molte terapie brevi: darsi un obiettivo preciso. Nel momento in cui ti dai un obiettivo preciso, diventa anche più facile capire che certe informazioni ti possono servire per raggiungerlo, e altre le puoi semplicemente lasciare da parte.

È un po’ come se ti dai l’obiettivo di andare con l’automobile da un punto A a un punto B: ti servirà sicuramente sapere quanti chilometri sono, quanta benzina hai, le condizioni del traffico e della macchina in generale, ma non ti servirà sapere come sono messi i tergicristalli, l’anno di immatricolazione o di quale compagnia petrolifera fosse l’ultimo benzinaio.

Sono tutte informazioni potenzialmente utili, solo che di alcune di esse non avrai bisogno per partire, o comunque magari le potrai approfondire più avanti, se sarà necessario.

E allora come fare per ridurre il database? Ci sono diversi modi. Magari se hai i tuoi mettili nei commenti qui sotto, mettiamo insieme tutti i nostri modi per ridurre il database, però Fisch ci dice tre indicazioni:

  1. Stai sul presente, che non significa abbi la fobia del passato, ma concentrati: anziché sviscerare subito il passato, concentrati sul presente, concentrati su come sta funzionando il problema oggi.
  2. Chiedi informazioni descrittive anziché informazioni inferenziali, cioè piuttosto che chiedere: «Come ti senti quando succede questo?», o «Qual è il motivo per cui avviene questo, secondo te?», chiedi più che altro: «Cosa fai, come ti comporti quando avviene X», o «Qual è la tua risposta quando succede Y?». Come dicono al Brief di Londra, anziché concentrarti sugli stati interni della persona e fare domande sugli stati interni della persona, fai domande sui comportamenti, sui fatti, sul modo in cui opera. Su questo punto però mi sento di fare una piccola aggiunta: se una persona ti porta i suoi sentimenti, il suo stato interiore, non è che gli devi rispondere dicendo: «Guarda, questo non mi interessa», ovviamente no. Ricordando le parole di Moshe Talmon, devi sempre agire pensando che tutto ciò che ti porta la persona è un dono, quindi devi trattarlo come un dono, e non come un suppellettile.
  3. Concentrati su ciò che ti porta la persona, su ciò per cui si lamenta la persona, quindi su quello che ti porta fattivamente anziché andare a ricercare deviazioni supposte dalla normalità che per te potrebbero avere più senso. Fermati su quello che ti porta lei.

Il pensiero di Fisch è sempre molto illuminante, devo dire che forse io più che parlare di ridurre il database avrei parlato di saper selezionare le informazioni più importanti in un lavoro dove scendo in profondità o allargo la prospettiva a seconda della necessità, però a Richard Fisch io non mi ci avvicino neanche di un centimetro, quindi prendo per buono più quello che dice lui.

Rimane il fatto che a volte rendiamo complesso ciò che in realtà è semplice, aggiungendo troppe informazioni e perdendoci ciò che abbiamo di fronte al naso e che può essere sufficiente di per sé. Come diceva Antoine de Saint-Exupéry, “Spesso l’essenziale è invisibile agli occhi”.

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