Da sempre, molti psicologi, psicoterapeuti, psichiatri e compagnia, hanno dato una spiegazione molto precisa al fatto che il paziente magari droppa, oppure la terapia non va avanti, o non si presenta in terapia: è resistente.

A me questa spiegazione non ha mai convinto. Possono esserci dei casi, assolutamente ci sono, di questa resistenza, che poi dovremmo definire meglio di che cosa si tratta, ma dare sempre e solo questa spiegazione, soprattutto così, non mi piace, non sono convinto.

Qualche anno fa mi sono imbattuto nell’articolo di Steve de Shazer, The Death of Resistence, la morte della resistenza, vecchio come il cucco ovviamente, e mai tradotto in italiano. È un articolo che per me è stato molto illuminante, mi è piaciuto talmente tanto, ed è molto significativo peraltro per le terapie brevi, che lo voglio condividere con voi. Poi ovviamente se vuoi mettere le tue riflessioni, i tuoi commenti o le tue opinioni su quello che sto per dire su questo articolo, fallo qui sotto, che mi fa molto piacere, almeno ci scambiamo un pochino le idee. Se anche mi vuoi chiedere l’articolo italiano, io l’ho tradotto per conto mio, te ne mando una copia, mi mandi una mail e te lo invio volentieri.

Quindi, tre spunti interessanti sull’articolo, che è un articolo che appunto ovviamente affronta il tema della resistenza da una prospettiva molto particolare. Tra l’altro è un articolo neanche troppo semplice, cerco di riassumere tre spunti che secondo me possono essere interessanti nel nostro lavoro con le persone:

  1. De Shazer parte da una prospettiva sistemica, quindi la resistenza viene vista come un elemento interno al sistema, quindi come qualcosa che va compreso all’interno del sistema terapeuta-paziente. È una cosa che diventa fondamentale per capire il sistema stesso e per avviare il processo di cambiamento.
  2. Se la resistenza come meccanismo omeostatico che mantiene il sistema della famiglia o dell’individuo nel suo status quo è utile come costrutto in questo senso, De Shazer dice che nel momento in cui includi il terapeuta all’interno di quel sistema, abbiamo un sistema sovraordinato, composto non più solo dalla famiglia, ma dalla famiglia e il terapeuta. Quindi, anche qui, la resistenza va vista in un modo diverso: non è più un meccanismo semplicemente omeostatico, è un meccanismo, come dice lui, morfo-genetico.
  3. In questo nuovo sistema, la resistenza diventa un’altra cosa, diventa una forma di cooperazione. De Shazer dice che è un modo in cui la persona ti sta comunicando come può cooperare con te, come può fare terapia con te. Questo ci da un’altra prospettiva su come avanzare nel processo terapeutico con quella persona.

Si tratta in realtà di concetti non nuovissimi, soprattutto all’epoca Milton Erickson già ne parlava, Habib Dambalo ne parlava in termini simili, ma rimane comunque un concetto a mio parere molto potente, perché ti permette di riuscire a concepire il modo in cui la persona ti sta chiedendo di collaborare in terapia, di poter andare avanti verso il cambiamento.

Per me è stato illuminante, perché in questo modo, nel momento in cui mi trovo di fronte a quella che viene generalmente chiamata una resistenza, trovo il modo di facilitare il percorso di cambiamento, adattandomi a qualcosa di diverso per quella persona e più utile per lei.

Mi piacerebbe molto sapere che cosa ne pensi, quindi pubblica qua sotto le tue opinioni, le tue critiche, le tue riflessioni, le tue idee: non essere resistente.


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